Inchieste

Calabria: dormono sulla collina, spendono e danneggiano l’Abbazia di Gioacchino da Fiore

venerdì 13 marzo 2009.
 

San Giovanni in Fiore (Cosenza) - L’Abbazia florense è prigioniera di un’impalcatura imponente, forse ormai insicura, lasciata all’usura del tempo. I lavori di consolidamento, restauro e rifunzionalizzazione del monumento, finanziati col Pit Sila e iniziati nell’agosto 2007, sono fermi.

Con ordine di sospensione del 7 settembre 2007, la Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio (Sbap) di Cosenza reagì a una “decisione assunta unilateralmente dai tecnici firmatari dell’Ordine di servizio n. 1, peraltro non sottoscritto dal R.U.P. (Responsabile unico del procedimento)”. Nel documento della Sbap di Cosenza, a proposito di questo ordine di servizio redatto dalla direzione dei lavori, si legge: “Introduce un elemento di turbativa e non può essere condiviso, in quanto ordina l’esecuzione di opere senza le cautele necessarie”.

Più avanti, nell’atto in questione, la Sbap evidenziò al “Sindaco l’opportunità di far presente ai detti tecnici le finalità e la delicatezza dei compiti ad essi affidati”, “impregiudicate eventuali azioni di legge”. Circa questo documento, il sindaco Antonio Nicoletti (Sdi), intervistato per telefono, dice di non ricordare e, assicurando “la rapida ripresa dei lavori grazie a mediazioni recentemente avvenute con le Soprintendenze”, anticipa: “Sono questioni demandate ai tecnici. Se perdiamo il finanziamento, ne risponderanno i responsabili”.

Per il recupero dell’Abbazia (1.750.000 euro l’importo complessivo), unicum architettonico, secondo l’accademico Antonio Cadei e lo studioso Pasquale Lopetrone, il Comune di San Giovanni in Fiore ottenne un finanziamento regionale, contraendo un debito di 260.248 euro per la propria quota.

Diciamo subito che, il 27 febbraio 2009, la Sbap di Cosenza ha dato, per la sua competenza, “approvazione con prescrizioni”. A questa, precisa il funzionario Giovanni Piccolo, che sta seguendo la pratica, “dovranno aggiungersi, per la ripresa dei lavori, i nullaosta delle altre Soprintendenze”. Questo ultimo atto della Sbap di Cosenza, pone specifiche condizioni alla Direzione dei Lavori, relative alla “stabilità strutturale e alla pavimentazione”.

Il precedente soprintendente Sbap, Francesco Paolo Cecati, in un incontro del 12 giugno 2008 promosso dal sindaco Nicoletti, s’era convinto d’una soluzione ritenuta non perseguibile dal suo successore, l’architetto Stefano Gizzi. La quota del pavimento sarebbe stata elevata, per sistemarvi, al di sotto, i riscaldamenti della chiesa. La soluzione sarebbe stata caldeggiata da DL e componente politica. Sul cambio di vertice della Sbap di Cosenza fa leva la posizione del Comune, che ritiene il fatto tra le cause principali dei ritardi.

Il progetto di rifunzionalizzazione dell’Abbazia, nato a metà degli anni Novanta, sindaco Riccardo Succurro (Ds), era più ampio. “Doveva servire - chiarisce Succurro - a rilanciare il monumento, con un uso finalmente razionale degli spazi”. “Pertanto - prosegue l’ex sindaco -, nel 1999 enti e Curia firmammo un protocollo d’intesa, peraltro risolutivo di vecchie divergenze riguardanti alcuni locali”. Divergenze invece rimaste e, come riferito dal segretario comunale Maria Rita Greco, sfociate in un contenzioso civile, già sindaco Nicoletti.

Nella fattispecie, il municipio è contrapposto ai gestori della casa di riposo dentro l’Abbazia e alla Curia di Cosenza. Questa ne avrebbe concesso la gestione agli imprenditori Atteritano e Ferrarelli, oggi titolari della società Villa Florensia. L’abate era don Franco Spadafora. “Gli imprenditori - ricostruisce Succurro - avrebbero pagato i debiti cumulati durante la gestione di Spadafora, fornendo aiuto spontaneo. Successivamente, la Curia avrebbe dato loro la gestione della casa di riposo, pare a titolo gratuito”. Per Maria Rita Greco, “i locali della casa per anziani erano in uso gratuito alla Curia”. “Con la gestione privata - aggiunge - il Comune ha chiesto a Villa florensia la restituzione dei locali e un corrispettivo per l’uso a fini di lucro”. Tutti gli atti relativi ci sono stati negati verbalmente, per ragioni di difesa legale.

La rifunzionalizzazione dell’Abbazia, all’inizio di 3,5 milioni di euro, approvata in Regione nel 2004, prevedeva la partecipazione del municipio con un milione di euro. Con la giunta Nicoletti, “s’arrivò - spiega Giuseppe Lammirato, oggi assessore comunale al Bilancio - a una rimodulazione (con delibera di giunta municipale n. 146 del 28/09/2005, ndr), per necessità di cassa”.

Giovanni Belcastro, direttore dei lavori, gli altri due sono Salvatore Marazita e Domenico Marra, chiarisce che “il progetto originario fu commissionato (ai tre professionisti, ndr) dall’allora abate don Franco Spadafora; poi si cercò il finanziamento, avuto nel 1996 il nullaosta della Soprintendenza, coi fondi Pop, quindi coi fondi di Giubileo 2000 e i residui”. Belcastro racconta che “il Comune fece proprio il progetto (con delibera di giunta municipale n. 883 del 28/11/1996, ndr), in seguito ammesso a finanziamento (solo, ndr) nell’ambito del Pit Sila”. Belcastro informa: “Pensavamo che il parere della Soprintendenza fosse ancora buono, a distanza di 10 anni. Invece, la Comunità montana silana ci ha invitato a richiederne un altro per non avere problemi in Regione, vista l’inclusione nel Pit Sila. Intanto, abbiamo ottenuto l’Alta sorveglianza del cantiere di San Giovanni in Fiore solo il 29 giugno 2007. I tempi della Soprintendenza sono stati lunghi”.

Dal canto suo, in merito ai pareri delle Soprintendenze, obbligatori e vincolanti, Pasquale Tiano, dirigente dell’Ufficio tecnico comunale e Rup per i lavori in questione, in una relazione al sindaco (prot. 17787, del 10/10/2008) ha argomentato, riferendosi alla Sbap di Cosenza e ai Beni Archeologici: “Queste continue interferenze delle due Soprintendenze, indipendenti e non dialoganti, i cambi intervenuti, hanno portato alla posizione di stallo dei lavori fino alla data odierna”. In premessa, Tiano ha scritto che “non si riesce a far riprendere i lavori all’Impresa aggiudicataria”, la Ati Lufraco srl di Rende, pronta a pretendere un risarcimento milionario dal Comune. Tramite il suo legale, Luigi Morrone del Foro di Crotone, la Ati Lufraco ha già chiesto l’immediato pagamento dei lavori effettuati (che supererebbero i 500.000 euro), lamentando a Tiano e Belcastro un ritardo fuori della legge.

Circa le presunte “continue interferenze” delle Soprintendenze, lo ha puntualizzato Tiano nella menzionata relazione a Nicoletti, “dalla Direzione Lavori venne predisposta una prima Perizia di Variante e Suppletiva (...) che, esaminata dal Dott. Cecati (allora Soprintendente della Sbap di Cosenza, ndr), non venne ritenuta idonea in quanto sconvolgeva completamente il progetto definitivo”. Di seguito, nella sua relazione, Tiano ha rilevato che anche “la Soprintendenza ai Beni Archeologici con nota 10732 del 17.06.2008 rimetteva in discussione il contenuto della Perizia di Variante Suppletiva con richiesta di integrazione di elaborati e delle voci di elenco e con successiva nota 15754 del 12.09.2008 sollecitava l’invio di quanto sopra”.

Che cosa è accaduto in questi mesi? Tiano, il quale ha riferito al sindaco Nicoletti che “anche l’entità finanziaria (del progetto, ndr) dovrebbe essere incrementata”, spera che si possa rinviare la questione con l’“arrivo di fondi Por”.

C’è dunque l’impressione che la risoluzione del caso, arrivati a questo punto, sia davvero problematica, se non fuori orizzonte. Nonostante che Domenico Marra, della DL, sostenga la possibile ripresa dei lavori, “se il clima lo permette, nel giro d’un mese o, comunque, molto presto”.

Per la cronaca, il 2 ottobre 2008, la Sbap di Cosenza ha scritto, in una nota all’Ufficio tecnico del Comune di San Giovanni in Fiore, che “il carteggio tecnico” inviato dalla DL “è nuovamente carente dal punto di vista documentale”.

Ulteriore problema è sorto da una campagna di “saggi e prove” (terminata il 15 marzo 2008), di cui si legge negli atti, che ha restituito preesistenze architettoniche di probabile origine longobarda. Il che, sottolinea Pasquale Lopetrone, “farebbe riscrivere la storia di San Giovanni in Fiore”.

Per la cronaca, la Sbap di Cosenza, in una nota del 21/01/2009, prot. 121/M, ha chiesto alla DL “dettagliata relazione in base alle soluzioni adottate e/o da adottare, definitive e prioritarie per migliorare i coefficienti di sicurezza e risolvere le criticità strutturali endogene o determinate nel corso del tempo”.

Nella relazione di risposta, del 16/02/2009, è scritto: “Non si può comunque non tener conto delle indicazioni date ai progettisti dall’Amministrazione comunale sulle scelte e le priorità e delle aspettative che sono riposte nell’Abbazia, in termini di turismo culturale, da parte della comunità sangiovannese”.

Le Soprintendenze sono andate fuori competenza? Hanno operato con eccesso di rigore o discrezionalità oppure la Direzione dei Lavori non s’è adeguata alle indicazioni ricevute di volta in volta, relative a modalità e priorità d’intervento? C’è dietro una volontà d’imperio da parte politica? Qui sta il nodo dell’intera vicenda, i cui sviluppi e risvolti si trovano nelle carte.

In tutto ciò, al Rup e alla DL, la Ati Lufraco ha segnalato più volte aspetti tecnici e procedurali, dal suo punto di vista non considerati.

In una missiva del 10 giugno 2008, il legale dell’impresa ha lamentato al Rup e al solo Giovanni Belcastro - ritenendolo unico direttore dei lavori, sulla base d’un precedente chiarimento di Tiano - d’aver ridotto l’appaltatore a mero esecutore. Appresso, il legale ha posto la questione sulla Direzione dei Lavori, di seguito sostenendo che “la mancanza di un unico interlocutore ha costituito uno degli aspetti di maggior attrito tra l’impresa e gli organi della stazione appaltante”. Rup e DL hanno giustificato la nomina di tre direttori dei lavori (delibera di giunta del 22/02/2006), in una nota del 27/06/2008, richiamando la circolare n. 7 del 30/03/2006 dell’Ordine degli Ingegneri di Ancona. Ma la questione sembrerebbe giuridicamente dubbia, secondo la Ati Lufraco. A riguardo, c’è un corposo carteggio con Rup e DL.

Resta da chiarire, poi, il punto sulle spese tecniche. Nel quadro economico del progetto, infatti, le stesse ammontano a 165.600 euro, comprese le spettanze del Rup, contenute nel 10% dei lavori, e le sostanze per pubblicità e gara. Dagli atti della Ragioneria comunale, risulta che i tre direttori dei lavori hanno già incassato, con l’Iva, 28.152 euro ciascuno.

Tiano ci ha spiegato che queste cifre corrispondono alla metà del compenso previsto per i direttori.

Se così fosse, il Comune di San Giovanni in Fiore avrebbe dovuto procedere con gara, imposta dalla legge, trattandosi di incarichi professionali di importo superiore a 100.000 euro.

Se così fosse, ci sarebbe una divergenza con la convenzione (del 24 febbraio 2006) tra municipio e tecnici, che all’articolo 5 richiama espressamente “il quadro economico di progetto” e nella prima pagina riporta la dicitura “Convenzione per incarico professionale per la direzione lavori, e sicurezza in fase di esecuzione di importi inferiore a 100.000 euro”.

Dalla sospensione dei lavori, il tempo è trascorso, lento e assieme rapido. La consegna doveva avvenire il 1 giugno 2008. Nel giugno 2009, scadrà la proroga regionale e si dovranno fare i conti. Sulla vicenda, kafkiana quanto grave, si dovrebbe indagare.

L’abate don Germano Anastasio denuncia: “L’Abbazia è abbandonata, con danno inestimabile all’edificio e alla figura di Gioacchino da Fiore”, di cui in Vaticano pende la causa di beatificazione. Nel mentre, non c’è una reazione della società civile, meno che qualche congettura in un breve tratto del centro urbano con personaggi in cerca d’autore.

Giuseppe Agostino, arcivescovo emerito di Cosenza, riflette: “Dovremmo individuare perché non si cammina, in Calabria. Gioacchino da Fiore è figura indicativa per la storia, e dovrebbe essere il nostro orgoglio. Se egli ha preceduto la storia, noi non dovremmo farlo stare indietro. Gioacchino era un sognatore. Il pathos fa parte del nostro animus meridionale. Se Barack Obama lo ha citato, vuol dire che il messaggio dell’abate è molto più vivo di quanto qui non si pensi. Solo se abbiamo coscienza di questa nostra vocazione contemplativa e spirituale, possiamo essere determinanti nell’attuale globalizzazione, dominata dal materialismo e dalle speculazioni”.

Emiliano Morrone

su "il Crotonese" del 10 marzo 2009


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