Editoriale

Facebook, la rete, gli esclusi dal web, i movimenti e la svolta di Di Pietro

mercoledì 6 luglio 2011.
 

Si dice che Facebook sia lo strumento primo per la nuova politica, per la politica nuova. Lo si legge e sente spesso. Alla fine, uno se ne convince e s’adegua. Passa ore a scrivere "status", "post", commenti; a pubblicare link sulla propria e altrui bacheca, convinto di contribuire al progresso reale.

Il linguaggio e i toni di molti utenti sono caricati all’estremo: per Internet viaggia la rivoluzione. I deboli trovano difensori in ogni casa od angolo urbano; adsl, tastiera e monitor si trasformano in armi egualitarie, di libertà e giustizia. I pensieri si moltiplicano, si diffondono le notizie, le opinioni si rincorrono, s’aprono argomenti e c’è spazio per voci isolate, emarginate, represse.

Il popolo possiede i suoi canali: da una rete di solidarietà all’altra si creano condivisioni, alleanze, sinergie. Cresce l’impegno e tanti, in parte giovani, s’arruolano nel grande esercito della comunicazione; il solo, si ripete, che con meccanismi democratici garantisce vera informazione, parità e diritto di parola.

Questo sistema è ritenuto alternativo; intanto alla rappresentatività, su cui si basano organi ed enti dello Stato, e all’editoria, condizionata da padroni e poteri.

Su Facebook troviamo le ragioni di scelte politiche individuali, non di rado esposte in modo succinto, se non sbrigativo. Giorno per giorno, il "Libro faccia" è pieno d’iniziative a difesa di comunità, categorie e soggetti che hanno subìto abusi, soprusi, violenze. Poi ci sono le immagini e i richiami d’un esibizionismo derivato dalla tv, figlio della cultura imposta dal mercato, per cui l’apparenza (della merce) è misura di tutte le cose.

Ancora, nella grande vetrina del social network, compaiono propositi di cambiamento, offerti gratuitamente alla curiosità dei "contatti", e distrazioni divertenti. Tutto insieme, sullo stesso piano di valori. Anzi, i testi d’approfondimento e le storie di problemi urgenti, collettivi, non suscitano molto interesse. A meno che non s’annunci un rischio di morte, non si presenti un dramma, una tragedia universale; in genere con sèguiti pre-politici costanti: percezione dell’ingiustizia, inquietudine, ripudio di figure e strutture del potere, solidarietà simbolica.

Un denominatore comune della rete, la quale, non va tralasciato, fa mercato a tutti gli effetti, è il rifiuto - l’Italia della corruzione, delle collusioni, dei conflitti d’interesse e degli scandali costituisce un caso a sé - delle forme attuali della democrazia, se non della democrazia in quanto tale; dalle origini caratterizzata da falle e degenerazioni. Questo rifiuto di solito non è accompagnato dallo sviluppo, partecipato e condiviso, di soluzioni, dell’"alternativa"; che deve essere praticabile, possibile.

Ci sentiamo vicini all’Egitto, alla Libia, alla Grecia. Al Giappone della vicenda nucleare, ai palestinesi, alle regioni del conflitto a fuoco. In questa dimensione, scompaiono le differenze: di ideologie, appartenenze, identità. I limiti e i bisogni territoriali. Eppure, dialettica e polemica restano alla base dello scambio su Facebook, che in genere non prevede confronto. O, forse, è il mezzo stesso che lo esclude, mancando il tempo e lo spazio per articolare il proprio punto di vista.

Citazioni estrapolate dal loro contesto, dati incontrollabili, articoli di giornale, definizioni, ricerche, video, musica e altri materiali del web finiscono su Facebook, con giri inimmaginabili.

Soltanto qualche anno fa, avevamo un rapporto diverso con il mondo, con gli altri, con noi stessi. Con il tempo. Oggi viviamo con - e dentro - la potenza della rete, e se da un lato ci battiamo per un ambiente più salubre, dall’altro non sempre ci accorgiamo che le nostre città sono via via più grigie, brutte, opprimenti.

Per certo, Internet e Facebook sono mezzi utilissimi per l’emancipazione culturale, l’ingegneria sociale e la politica dal basso. A patto che si sappiano isolare retoriche e fanatismi, rivolgendosi anche a quella moltitudine, di pensionati, anziani, casalinghe ed esclusi, che non ha alcuna familiarità col pc.

La domanda, allora, è: come e quanto la tensione politica che s’alimenta in rete si traduce in fatti concreti, nella prospettiva d’un futuro migliore, in progetto stabile, posto che spetta al popolo, con le elezioni, decidere chi deve governare?

Se l’esempio della politica, specie in Italia, è, in termini di etica, comportamenti e linguaggio, sempre più sconfortante, quello della cosiddetta "antipolitica", sovente attraversata da individualismi, interessi personali e di bottega, di fatto consolida rapporti ed equilibri di palazzo. Nichi Vendola disse, il 27 febbraio 2011, a Roma, che Beppe Grillo non sposta d’una virgola il consenso. Io credo, invece, che occorra iniziare a incontrarsi tutti.

La società italiana è divisa. Il conflitto tra "palazzo" e piazze virtuali rischia di aumentare semplificazioni e spaccature, a vantaggio di potentati politici e della comunicazione. Purtroppo, l’esigenza primaria d’un orientamento comune, d’un orizzonte verso cui tendere assieme, pur conservando le singole storie, esperienze e convinzioni, non è ancora compresa nella sua reale impellenza.

Dopo il voto referendario - che ha unito l’Italia, di sinistra, centro e destra, d’ispirazione progressista, moderata, liberale, anarchica, cattolica, laica, attivista, legalitaria, pacifista, ambientalista o territorialista -, si registra la cristallizzazione di certe posizioni.

Qualcuno sostiene che il Paese viaggi a sinistra e che, pertanto, deve proseguire il suo cammino in una casa di valori che ne rispecchi tendenze, aspettative, idealità. Questa è la ragione ufficiale per cui l’amco Giulio Cavalli, attore antimafia e consigliere regionale della Lombardia, se n’è andato a Sel, lasciando IdV. Passaggio legittimo, pur se, a mio avviso, come gli avevo scritto a commento d’un suo post pubblicato sul sito di "Il Fatto Quotidiano", sarebbe stato opportuno fermarsi ad analizzare, tutti insieme, la nuova prospettiva politica aperta dal risultato dei referenda. Avevo aggiunto, poi, una breve riflessione su mezzi e linguaggio delle comuni battaglie di legalità, sembrandomi chiaro che la rete resta ancora ad uso di pochi, in Italia.

Al di là di appunti e stupore, tra cui quelli di Cavalli, per la svolta - "centrista" la chiama un pezzo della stampa - di Antonio Di Pietro, io credo che il fondatore dell’Italia dei Valori abbia avuto un’intuizione importante. Per almeno tre motivi:

1) può costituire il punto di saldatura tra i movimenti che in rete elaborano e sperimentano modalità di partecipazione politica e quella parte sociale, rassegnata o indifferente, che non sa d’informatica né di web;

2) rappresenta un affrancamento dall’azione politica condotta a partire da Berlusconi;

3) si esplica con un linguaggio che intende sottoporre a giudizio critico delle proposte concrete.

Il momento attuale è chiaro, forse troppo. Gli italiani si sentono coinvolti nelle dinamiche politiche, altrimenti non avrebbero votato, il 12 e 13 giugno scorsi. Credono che sia indispensabile imporre alla politica un altro costume, abolendo privilegi, vantaggi, diseguaglianze. Parimenti, manifestano il bisogno di uscire dalla logica dello scontro: pro o contro Berlusconi, perché il futuro non riguarda solo la verifica della colpevolezza o dell’innocenza del presidente del Consiglio, oggi obbligato - grazie a Di Pietro - a presentarsi senza scuse ai processi.

Soprattutto, gli italiani s’interrogano sull’avvenire delle nuove generazioni, che inizia da una formazione adeguata e passa per le garanzie nel lavoro: merito, Stato sociale, stabilità, stipendi, diritti.

Gli italiani chiedono concretezza e regole: conoscono i danni provocati dalla burocrazia, dalle deroghe, dalle incompatibilità riguardo ai controlli.

Agli italiani servono prove di trasparenza e fattività, dacché i pubblici poteri hanno largamente permesso truffe e il perseguimento di finalità personali nell’esercizio delle funzioni dello Stato.

Gli italiani, e una parte considerevole della politica (parlamentari, deputati europei, amministratori locali), sono già oltre la distinzione nominale fra destra e sinistra.

Secondo me - e io appartengo a quella coscienza collettiva che discute, che si muove per divulgare una cultura della legalità e per l’attuazione dei princìpi costituzionali -, Di Pietro ha avviato un processo e un percorso politico di alternativa. Non solo e tanto a Berlusconi.

Si tratta di ricostruire l’Italia, dopo anni di cancellazione della sovranità popolare, di colpevoli silenzi e di rumori insensati nel grande spettacolo televisivo. Ed è su questo, a mio parere, che possiamo confrontarci, fornendo il nostro contributo di cittadini, resistenti, mediatori culturali, utopisti.

Carmine Gazzanni


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