Calabria

Emiliano Morrone si candida al Consiglio regionale calabrese. Ne parlano anche Borsellino e Vattimo

"Ho deciso di candidarmi in Calabria. Ecco perché"
venerdì 12 febbraio 2010.
 

Ho deciso di candidarmi come consigliere regionale della Calabria; da indipendente nella lista di Italia dei valori. Persuaso che se la politica non la fai, la subisci. Per rappresentare chi non si sente rappresentato; chi non si sente considerato come persona, come portatore di diritti, valori, idee, saperi. Per rappresentare i tanti emigrati che, anche da lontano, fanno sentire la loro voce. Per rappresentare chi non ha un lavoro; perché non conosce qualcuno, perché si è ribellato o perché non esiste per il sistema. Ho deciso di candidarmi per rappresentare i giovani, bisognosi d’un orizzonte limpido, di certezze. Per rappresentare chi patisce; gli anziani, i disabili e i malati, privi di conforto e assistenza adeguata. Per rappresentare chi ha scelto di restare, e ogni giorno sogna che i propri sacrifici - nell’impresa, nelle professioni, nell’impiego - servano alle famiglie, alla società, all’avvenire. Per rappresentare chi ormai disprezza la politica; chi non trova più ragioni per credere in un futuro migliore ma, amando la Calabria, non ha perduto la speranza.

Ho discusso apertamente della mia candidatura, a lungo, con amici, lettori e conoscenti. Giovani, adulti, anziani. Su Internet, per strada. In modo aperto, trasparente.

Ho chiesto un confronto, il giudizio pubblico. È emerso un grande sostegno della società civile; autonoma. Ho ricevuto testimonianze, motivi, motivazioni, incoraggiamento. Poi, ho riflettuto tanto; anche ricordando, da giornalista che desidera imparare, la scelta di Montanelli di tenersi lontano dal palazzo. Ho considerato l’ostilità e le macchinazioni nei confronti della stampa libera, della scrittura di denuncia; partecipe nel profondo delle vicende del giornalista siciliano Pino Maniàci e di Roberto Saviano. Se informi, racconti, sveli, sei sbagliato, bugiardo, «stronzo». Soprattutto a Sud. Sei in cerca di clamore, di visibilità e compensi. Spesso ti danno addosso e ti fanno passare per visionario, appestato e opportunista: pericoloso. Sono i clan, non solo mafiosi, e i loro complici che vivono di concessioni e favori. Che desiderano mantenere le cose come sono, che non tollerano forme di resistenza e difesa della dignità; di emancipazione, liberazione.

La Calabria è una regione ai margini. Fin qui l’ho vissuta da dentro e da fuori. Da emigrato memore delle radici, nel mio piccolo ho provato a incidere nella società calabrese. Con la parola, la proposta, il confronto, l’aggregazione. Coinvolgendo le persone, tentando di discutere assieme dei problemi; senza pregiudizi.

A casa sono tornato frequentemente per contribuire a un rilancio possibile; anche, e soprattutto, culturale. Ho organizzato due edizioni del “Festival internazionale della Filosofia in Sila”. Poi mi hanno cacciato ritenendomi il mandante degl’interventi di Marco Travaglio e Aldo Pecora, tra i relatori, sulle pendenze penali di Nicola Adamo, esponente di spicco della politica calabrese. Ho descritto la luce e il colore della mia terra, i suoi drammi, la sua condizione di minorità. Le sue potenzialità bloccate, il clientelismo e i ricatti con cui certa politica e la ’ndrangheta ottengono il consenso. Ho fatto i nomi. Nel libro “La società sparente”, nei miei articoli. Sono stato querelato più volte e sempre assolto. Sono stato intimidito, minacciato e insultato. Quando è successo, ho pensato all’esempio di don Peppe Diana, «per amore del mio popolo non tacerò». E ho pensato al «movimento culturale» - di Paolo Borsellino - «che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà». Sono rimasto fuori della politica in senso stretto, occupandomi della cosa pubblica da cittadino, spinto dal bisogno di vedere giustizia, pace e armonia. Con l’esigenza di reagire davanti all’illegalità, alla guerra dell’onorata società, sanguinaria o invisibile. Perché la vita non può essere indifferenza: non puoi voltare lo sguardo, fregartene e riscuotere senza il minimo scrupolo.

Nel 2005 ho avuto un’esperienza politica al di là dei partiti, alle comunali di San Giovanni in Fiore (Cosenza); fondando un movimento di giovani convinti, come l’abate Gioacchino da Fiore, che la giustizia possa esistere in questo mondo.

Non posso proprio accettare che la mia terra si spopoli ancora; che perda le sue ricchezze e che diventi un luogo di silenzio, di sopravvivenza e rassegnazione. Non posso permettere che la mia terra subisca il degrado e l’abbandono; che resti nelle mani d’una criminalità sempre più feroce, organizzata, forte, dominante. Non posso permettere che la mia terra venga distrutta da un affarismo immorale, che ha prodotto angoscia e incertezza; sfiducia, subordinazione, paura, smarrimento. Non posso permettere che miliardi destinati allo sviluppo della Calabria finiscano nelle casse di lobby della finanza, della politica, dell’imprenditoria. Non posso permettere che nella mia terra manchi la libertà di esprimersi, per il timore di ritorsioni e isolamento; che manchi la libertà d’opporsi a un sistema trasversale e perverso, causa di malasanità, inquinamento, devastazione ambientale, assassinio della bellezza e condizionamento delle coscienze.

Fino al 2013, la Calabria riceverà ancora miliardi di euro, dall’Unione europea, come regione in ritardo di sviluppo. Poi i trasferimenti saranno inferiori. Con la legge italiana n. 42 del 5 maggio 2009, il federalismo fiscale diventerà effettivo in sette anni. Ciò significa che avremo bisogno di politici onesti, responsabili, lungimiranti; che occorrerà vigilare sulla gestione delle risorse; che la cosa pubblica dovrà essere amministrata con trasparenza e progetti concreti. Per l’utilità di tutti.

Sono queste le ragioni della mia scelta, a servizio della mia terra. Facciamo rete, muoviamoci dal basso. Partecipiamo. È indispensabile rompere gl’indugi, proponendo, collaborando, costruendo insieme.

Emiliano Morrone

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