Politica

Previsioni ottimiste per il centrosinistra guidato da Agazio Loiero, ex dc di lungo corso. Dall’altra parte Sergio Abramo, stile politico alla Berlusconi 1994. Alle spalle la giunta Chiaravalloti, un lustro da dimenticare il più presto possibile

venerdì 1 aprile 2005.
 

Calabria, dopo cinque anni di danni

IDA DOMINIJANNI su il manifesto del 1 aprile 2005, a pag. 4 (www.ilmanifesto.it)

Poco avrà potuto il blitz di ieri l’altro a Reggio Calabria di Silvio Berlusconi - motivo ufficiale l’inaugurazione dell’auditorium intitolato a Nicola Calipari, motivo effettivo una spinta in extremis alla campagna elettorale della Cdl - sul risultato di lunedì prossimo: la Calabria è data per vinta con margine sicuro dall’Unione di centrosinistra e dal suo candidato Agazio Loiero. Ma non si può neanche dire che l’intervento in extremis di Berlusconi fosse immotivato, perché sul margine di Loiero molto possono i voti del presidente della provincia di Reggio, Pietro Fuda, Fi, aspirante candidato della Cdl alla presidenza della regione, superato in corsa dal candidato attuale, il sindaco di Catanzaro Sergio Abramo, grazie alle pressioni dell’ex parlamentare socialista (Psi di De Michelis) Saverio Zavettieri. Fuda non l’ha mandata giù e adesso fa fronda contro Abramo e, malgrado il colpo d’ala del premier, rema a favore di Loiero. Non è l’unico acquisto del centrosinistra dalle file del centrodestra. Domenico Crea, assessore al turismo della giunta uscente guidata dal magistrato azzurro Chiaravalloti (nel frattempo nominato membro dell’Authority per la tutela della privacy), si candida a Reggio con la Margherita. Traslocano dalla Cdl all’Unione anche Aurelio Misiti, ex e indimenticabile assessore ai lavori pubblici, e Massimo Bagarani (fondi comunitari), nonché l’ex presidente azzurro Nisticò. Aveva già traslocato dall’Udc alla Margherita Dorina Bianchi, relatrice ingloriosa della legge sulla procreazione assistita al senato. Vecchio trasformismo? Nuova campagna acquisti? Loiero non si scompone: «Dobbiamo vincere. Sì, anche con i voti di confine». Lui stesso, del resto, è passato per uno sconfinamento. Politico di lungo corso, classe 1940, laurea in filosofia, diccì dal `63, deputato per la prima volta nell’87, poi senatore Ccd nel `96, esce dal Polo nel giugno `98 per approdare all’Udr con Cossiga, diventa ministro ai rapporti col parlamento nel secondo governo D’Alema, agli affari regionali nel governo Amato. Conduce con convinzione, dalle colonne dell’Unità e con due libri (se il Nord e Il patto di ferro, Donzelli), la battaglia contro la devolution, della quale ha fatto un cavallo di battaglia in questa campagna elettorale. Funziona? «Sì, funziona. Alla fine Bossi ha lavorato per noi. Gli elettori sanno che se passa la devolution si dovranno pagare le analisi mediche e non ci stanno».

L’eliminazione immediata del ticket è al primo posto del programma per i primi cento giorni, insieme al conferimento delle deleghe a province e comuni. «Ci dobbiamo riappropriare della politica sul territorio», dice il candidato che ha gioco facile a smontare il non-governo e malgoverno del quinquennio di Chiaravalloti, uno dei più oscuri della storia della regione Calabria che passerà alla storia solo per il numero spropositato di consulenze doratissime attribuite dal governatore: «Hanno eliminato la politica, cancellato la concertazione, c’era solo l’ebbrezza del potere e della spesa».

Cinque anni così indifendibili, del resto, che anche Abramo non ha fatto che prenderne le distanze in campagna elettorale, presentandosi, stile Berlusconi ’94, come l’uomo nuovo e l’imprenditore impolitico, capace di rompere col passato del suo stesso schieramento oltre che con la «vecchia politica» di Loiero. Una campagna su cui è caduto come una falce un lungo servizio di Diario su vita, miracoli e pendenze giudiziarie (recente rinvio a giudizio per concussione e abuso d’ufficio) del candidato, classe 1958, proprietario di una imponente azienda tipografica (Grafiche Abramo Spa, stampa di qualità per le pubblicazioni della regione e del parlamento), dirigente di Confindustria, presidente dell’Anci calabrese, sindaco di Catanzaro nel `97, rieletto nel 2001 con una maggioranza bulgara inspiegabile sulla base dei meriti amministrativi.

Un’occhiata ai due programmi mostra, va da sé, più retorica comune che discriminanti cristalline: sviluppo, ambiente, servizi sociali, turismo, infrastrutture - il catalogo per la terapia del sottosviluppo è sempre questo. Però mentre Abramo si rivolge «alle persone, le età e i ruoli», una categoria dopo l’altra dagli imprenditori alle casalinghe in perfetto stile azzurro, il 56 punti e i 15 valori del programma dell’Unione, solidarietà, innovazione e rapporto col Mediterraneo ai primi posti, hanno una struttura più credibile e più compatta. Li hanno stilati venti esperti coordinati da tre docenti universitari, Leo Pangallo, Antonio Viscomi e Domenico Cersosimo, segno di un investimento che l’Unione intende fare sulle «strutture di eccellenza» maturate negli ultimi decenni nelle università calabresi. Non è l’unico segno che resta nel centrosinistra dei positivi sommovimenti che hanno attraversato di recente il mondo culturale calabrese. Nel listino di Loiero figura fra gli altri il rettore dell’università di Arcavacata Giovanni Latorre, candidato virtuale del «movimento dei professori» «Progetto Calabria» che alle primarie del 28 novembre conquistò il 18% dei voti dei «grandi elettori», che ne diedero l’80% a Loiero. Su quell’esperimento, di cui Loiero e Marco Minniti, che ne fu il regista da coordinatore ds della Fed, vanno fieri, Latorre mantiene le sue riserve: «meglio l’esperienza pugliese delle primarie su base volontaria», dice. Sul tentativo di trasferire nelle istituzioni la pratica «dei professori» di innovazione dal basso della politica, invece, Latorre è ottimista: «il seme che abbiamo lanciato nella società metterà radici», l’impegno principale sarà speso per l’istruzione, la società della conoscenza, i beni culturali. I candidati di «Progetto Calabria» sono in lista insieme a quelli del Pdci e dell’Italia dei valori, raggruppamenti obbligati per superare la soglia del 5% prevista dalla nuova legge elettorale.

Ma per leggere efficacemente quello che si muove sotto il velo elettorale in Calabria come in altre parti del Sud, ci vorrebbero lenti che la campagna elettorale non conosce e oscura. Come ha scritto di recente Franco Piperno, assessore al comune di Cosenza, su Metrovie, l’inserto napoletano del manifesto, la crisi della rappresentanza lavora nell’estremo sud come altrove, coperta, diversamente che altrove, dalla consueta e consunta retorica dello sviluppo mancato e dell’innovazione a venire che accomuna i due schieramenti principali nella riproduzione di un ceto politico redistributore di risorse e mediatore di burocrazie un tempo nazionali e oggi europee. Sotto c’è, più vitale, dell’altro: pratiche politiche di trasformazione locale, a livello comunale e reticolare, che del sud mettono in valore quello che c’è e non in disvalore quello che manca. Anche in questa campagna elettorale se n’è visto qualche eccentrico esempio, come a San Giovanni in Fiore, dove Gianni Vattimo corre per diventare sindaco sostenuto dall’iniziativa di un gruppo di giovani creativi e globali.

Ida Dominijanni


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