Editoriale

Minori, la vicenda del bambino col preservativo e la caciara dannosa su Facebook

mercoledì 29 giugno 2016.
 

Accalora una "regione" della rete la vicenda del ragazzino di Soverato (Cz) punito dalla scuola perché avrebbe offeso una compagna lasciando in una chat di “WhatsApp” il desiderio di possederla. Questo messaggio, per cui la scuola ha impedito all’interessato di partecipare al viaggio d’istruzione dell’anno successivo, non è mai stato esibito in alcuna sede istituzionale, sicché a oggi non esiste. Ma bisogna crederci e basta, secondo la versione più prepotente, sospinta via Facebook con offese varie e argomenti fuori traccia del tipo «il preside è una persona meravigliosa», «è un dirigente di esperienza unica», «ha agito alla perfezione», «ha tutelato tutti i minori coinvolti» e via dicendo.

Dall’altra parte ci sarebbero, secondo i sostenitori Facebook del capo d’istituto, un Garante per l’Infanzia parziale e una parlamentare 5 stelle spietata in cerca di visibilità e voti, pronta a infangare il buon nome della scuola e a criminalizzarne il dirigente, che per statuto non avrebbe nulla da rimproverarsi. Il tutto, nella vulgata social, per scalare la vetta del successo politico.

E non conta un tubo che lo stesso dirigente abbia inviato alla parlamentare una serie di affermazioni gratuite, con ripetitività da “stalking” sulla casella Facebook e di posta elettronica. Ci sta, perché, direbbero i difensori d’ufficio, è l’emozione che tradisce il preside, al punto da fargli utilizzare come argomento pregnante la notizia di una querela di Sap e Siulp - i due più grossi sindacati della Polizia - verso la stessa parlamentare, in realtà inesistente.

Lo spazientito preside ne condivide il link sul proprio profilo Facebook e poi commenta con la frase del lupo che perde il pelo ma non il vizio; forse un tentativo di delegittimare l’iniziativa istituzionale della parlamentare, al cui gruppo di appartenenza della Camera arrivano le rimostranze di simpatizzanti dell’uomo, che in vari luoghi, perfino a una manifestazione di piazza con Luigi Di Maio, proiettano sullo sfondo l’ipotesi di una conseguente emorragia di consensi per il Movimento 5 stelle.

Cose nostrane: una parlamentare chiede conto al ministro dell’Istruzione circa una storia piuttosto seria, e subito parte un’alzata di scudi sull’asserita inopportunità e infondatezza delle richieste e dei controlli di rito, che per i commentatori Facebook di parte leverebbero voti ai 5 stelle. In altri termini, un invito alla parlamentare a farsi i fatti suoi, perché domandare chiarezza fa perdere consensi. Poi in Calabria ci sono altri problemi; in Sicilia, ricordano i cinefili, c’era il traffico, la mancanza d’acqua e il costo delle banane.

Due le interrogazioni (QUI IL TESTO DELLA PRIMA e QUI IL TESTO DELLA SECONDA) della deputata al ministro dell’Istruzione, per accertare i fatti, le singole responsabilità e gli interventi educativi messi in campo dalla scuola, in cui circolava la voce che l’autore di quel messaggio spinto si fosse perfino masturbato in classe, in un secondo momento. Pure di questo gesto non c’è prova e non si sa chi fosse l’insegnante in aula: è un sentito dire, un dicitur permanente che distruggerebbe l’immagine del minore e alimenterebbe l’idea di un suo concetto deviato del sesso e della sessualità.

Ma questa possibilità sembrerebbe non toccare il preside, che avrebbe stabilito che il ragazzino ha qualcosa da fare col bullismo digitale o - con evidente confusione - con il «cyberbullismo»: sarebbe - con Aristotele - un bullo in potenza, insomma, per cui servirebbero adeguate misure preventive, che però si fermerebbero, stando alla riferita versione imperante, alla sanzione, per giunta concordata con la famiglia, di non mandare l’anno seguente il ragazzino in gita.

Anche di questo patto disciplinare non ci sono prove, tracce, indizi. Epperò è indubitabile per i "tifosi" Facebook, è vangelo che non consente domande e obiezioni. Né si può ragionare sul perché la scuola non abbia, come ha scritto quel Garante, fornito al ragazzino e ai genitori la possibilità - prevista dalla legge - di difendersi, di ricorrere avverso l’esclusione dalla gita comunicata con netto ritardo, che qualcuno leggerebbe in libertà come ulteriore cautela per i minori.

La logica del terzo escluso non esisterebbe in questa scuola di Soverato, surrogata da una narrazione che, stando a quanto riferito dalle “parti” al Garante regionale per l’Infanzia, si condisce via via di elementi nuovi ma non chiarisce perché il preside o chi per lui non abbia mai convocato assieme i genitori del minore e della coetanea cui lo stesso avrebbe rivolto quella frase sconcia su “WhatsApp”, che nessuno ha ancora mostrato alle autorità: né i professori, né il preside né i familiari dei ragazzini che l’avrebbero ricevuta.

Ora, ditemi voi se con questi elementi non si debba o possa capire che cosa sia realmente avvenuto in quella scuola. Ditemi voi se non di debbano o possano individuare - come ha chiesto al ministro Giannini la parlamentare in questione - le eventuali responsabilità di tutti gli educatori coinvolti, genitori compresi. Ditemi voi, infine, se non si debbano o possano adottare i provvedimenti del caso, che non può restare opinabile, soffocato in una caciara di adulti che nuoce soltanto ai minori e al loro futuro.

Antonio Acerbis


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