BUONA-NOTIZIA E COSTITUZIONE. "CHARISSIMI, NOLITE OMNI SPIRITUI CREDERE... DEUS CHARITAS EST" (1 Gv., 4. 1-8). «Et nos credidimus Charitati...»!!!!

MASSIMO "IL CONFESSORE" E IL DIRE DI SI’ AL DIO DI GESU’. AL DIO-AMORE ("CHARITAS") E NON AL DIO-MAMMONA ("CARITAS")!!! Il testo della "udienza del mercoledì" di Papa Benedetto XVI - a cura di Federico La Sala

giovedì 26 giugno 2008.
 
[...] Adamo (e Adamo siamo noi stessi) pensava che il «no» fosse l’a­pice della libertà. Solo chi può dire «no» sarebbe realmente libero; per realizzare realmente la sua libertà, l’uomo deve dire «no» a Dio; solo co­sì pensa di essere finalmente se stes­so, di essere arrivato al culmine del­la libertà. Questa tendenza la porta­va in se stessa anche la natura uma­na di Cristo, ma l’ha superata, per­ché Gesù ha visto che non il «no» è il massimo della libertà. Il massimo della libertà è il «sì», la conformità con la volontà di Dio. Solo nel «sì» l’uomo diventa real­mente se stesso; so­lo nella grande a­pertura del «sì», nel­la unificazione della sua volontà con quella divina, l’uo­mo diventa immen­samente aperto, di­venta «divino». Es­sere come Dio era il desiderio di Adamo, cioè essere comple­tamente libero. Ma non è divino, non è completamente li­bero l’uomo che si chiude in sé stes­so; lo è uscendo da sé, è nel «sì» che diventa libero; e questo è il dramma del Getsemani: non la mia volontà, ma la tua. Trasferendo la volontà u­mana nella volontà divina, è così che nasce il vero uomo, così siamo re­denti [...]

«La vera libertà è dire sì a Dio»

-  Ieri Benedetto XVI ha dedicato la sua catechesi a san Massimo «il Confessore» definito «uno dei grandi Padri della Chiesa d’Oriente del tempo tardivo»

-  «La tolleranza, la libertà, il dialogo rimangono veri valori solo se hanno il punto di riferimento nella figura di Cristo, in cui impariamo la verità di noi stessi e dove collocare gli altri valori» *

Cari fratelli e sorelle, vorrei presentare oggi la figura di uno dei grandi Padri del­la Chiesa di Oriente del tempo tar­divo. Si tratta di un monaco, san Massimo, che meritò dalla Tradizio­ne cristiana il titolo di Confessore per l’intrepido coraggio con cui seppe testimoniare - «confessare» - anche con la sofferenza l’integrità della sua fede in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, Salvatore del mondo. Massi­mo Nacque in Palestina, la terra del Signore, intorno al 580. Fin da ra­gazzo fu avviato alla vita monastica e allo studio delle Scritture, anche attraverso le opere di Origene, il grande maestro che già nel terzo se­colo era giunto a «fissare» la tradi­zione esegetica alessandrina.

Da Gerusalemme, Massimo si tra­sferì a Costantinopoli, e da lì, a cau­sa delle invasioni barbariche, si ri­fugiò in Africa. Qui si distinse con e­stremo coraggio nella difesa dell’or­todossia. Massimo non accettava al­cuna riduzione dell’umanità di Cri­sto.

Era nata la teoria secondo cui in Cri­sto vi sarebbe solo una volontà, quella divina. Per difende­re l’unicità della sua persona, negavano in Lui una vera e propria volontà u­mana. E, a prima vi­sta, potrebbe appa­rire anche una cosa buona che in Cristo ci sia una sola vo­lontà. Ma san Mas­simo capì subito che ciò avrebbe distrutto il mistero del­la salvezza, perché una umanità sen­za volontà, un uomo senza volontà non è un vero uomo, è un uomo am­putato. Quindi l’uomo Gesù Cristo non sarebbe stato un vero uomo, non avrebbe vissuto il dramma dell’essere umano, che consiste proprio nella difficoltà di conformare la vo­lontà nostra con la verità dell’essere. E così san Massimo afferma con grande decisione: la Sacra Scrittura non ci mostra un uomo amputato, senza volontà, ma un vero uomo completo: Dio, in Gesù Cristo, ha realmente assunto la totalità dell’essere umano - ovviamente eccet­to il peccato - quindi anche una vo­lontà umana.

E la cosa, detta così, appare chiara: Cristo o è o non è uo­mo. Se è uomo, ha anche una vo­lontà. Ma nasce il problema: non si finisce così in una sorta di dualismo? Non si arriva ad affermare due per­sonalità complete: ragione, volontà, sentimento? Come superare il dua­lismo, conservare la completezza dell’essere umano e tuttavia tutela­re l’unità della persona di Cristo, che non era schizofrenico. E san Massi­mo dimostra che l’uomo trova la sua unità, l’integrazione di se stesso, la sua totalità non in se stesso, ma su­perando se stesso, uscendo da se stesso. Così, anche in Cristo, uscen­do da se stesso, l’uomo trova in Dio, nel Figlio di Dio, se stesso. Non si de­ve amputare l’uomo per spiegare l’Incarnazione; occorre solo capire il dinamismo dell’essere umano che si realizza solo uscendo da se stesso; solo in Dio troviamo noi stessi, la no­stra totalità e completezza. Così si vede che non l’uomo che si chiude in sé è uomo completo, ma l’uomo che si apre, che esce da se stesso, di­venta completo e trova se stesso pro­prio nel Figlio di Dio, trova la sua ve­ra umanità.

Per san Massimo questa visione non rimane una speculazio­ne filosofica; egli la vede realizzata nella vita concreta di Gesù, soprat­tutto nel dramma del Getsemani. In questo dramma dell’agonia di Ge­sù, dell’angoscia della morte, della opposizione tra la volontà umana di non morire e la volontà divina che si offre alla morte, in questo dramma del Getsemani si realizza tutto il dramma umano, il dramma della nostra redenzione.

San Massimo ci dice, e noi sappiamo che questo è vero: Adamo (e Adamo siamo noi stessi) pensava che il «no» fosse l’a­pice della libertà. Solo chi può dire «no» sarebbe realmente libero; per realizzare realmente la sua libertà, l’uomo deve dire «no» a Dio; solo co­sì pensa di essere finalmente se stes­so, di essere arrivato al culmine del­la libertà. Questa tendenza la porta­va in se stessa anche la natura uma­na di Cristo, ma l’ha superata, per­ché Gesù ha visto che non il «no» è il massimo della libertà. Il massimo della libertà è il «sì», la conformità con la volontà di Dio. Solo nel «sì» l’uomo diventa real­mente se stesso; so­lo nella grande a­pertura del «sì», nel­la unificazione della sua volontà con quella divina, l’uo­mo diventa immen­samente aperto, di­venta «divino». Es­sere come Dio era il desiderio di Adamo, cioè essere comple­tamente libero. Ma non è divino, non è completamente li­bero l’uomo che si chiude in sé stes­so; lo è uscendo da sé, è nel «sì» che diventa libero; e questo è il dramma del Getsemani: non la mia volontà, ma la tua. Trasferendo la volontà u­mana nella volontà divina, è così che nasce il vero uomo, così siamo re­denti.

Questo, in brevi parole, è il punto fondamentale di quanto vo­leva dire san Massimo, e vediamo che qui è veramente in questione tutto l’essere umano; sta qui l’inte­ra questione della nostra vita. San Massimo aveva già problemi in A­frica difendendo questa visione del­l’uomo e di Dio; poi fu chiamato a Roma. Nel 649 prese parte attiva al Concilio Lateranense, indetto dal Pa­pa Martino I a difesa delle due vo­lontà di Cristo, contro l’editto del­l’imperatore, che - pro bono pacis - proibiva di discutere tale questione. Il Papa Martino dovette pagare caro il suo coraggio: benché malandato in salute, venne arrestato e tradotto a Costantinopoli. Processato e con­dannato a morte, ottenne la com­mutazione della pena nel definitivo esilio in Crimea, dove morì il 16 set­tembre 655, dopo due lunghi anni di umiliazioni e di tormenti.

Poco tempo più tardi, nel 662, fu la volta di Massimo, che - opponendosi anche lui al­l’imperatore - continuava a ripete­re: «È impossibile affermare in Cri­sto una sola volontà!» (cfr PG 91, cc. 268-269). Così, insieme a due suoi discepoli, entrambi chiamati Ana­stasio, Massimo fu sottoposto a un estenuante processo, benché aves­se ormai superato gli ottant’anni di età. Il tribunale dell’imperatore lo condannò, con l’accusa di eresia, al­la crudele mutilazione della lingua e della mano destra - i due organi mediante i quali, attraverso le parole e gli scritti, Massimo aveva combat­tuto l’errata dottrina dell’unica vo­lontà di Cristo. Infine il santo mo­naco, così mutilato, venne esiliato nella Colchide, sul Mar Nero, dove morì, sfinito per le sofferenze subi­te, all’età di 82 anni, il 13 agosto del­lo stesso anno 662.

Parlando della vita di Massimo, abbiamo accennato alla sua opera letteraria in difesa del­l’ortodossia. Ci siamo riferiti in par­ticolare alla Disputa con Pirro, già patriarca di Costantinopoli: in essa egli riuscì a persuadere l’avversario dei suoi errori. Con molta onestà, in­fatti, Pirro concludeva così la Dispu­ta: «Chiedo scusa per me e per quel­li che mi hanno preceduto: per i­gnoranza siamo giunti a questi as­surdi pensieri e argomentazioni; e prego che si trovi il modo di cancel­lare queste assurdità, salvando la memoria di quelli che hanno errato» ( PG 91, c. 352). Ci sono poi giunte al­cune decine di opere importanti, tra le quali spicca la Mistagoghía, uno degli scritti più significativi di san Massimo, che raccoglie in sintesi ben strutturata il suo pensiero teo­logico.

Quello di san Massimo non è mai un pensiero solo teologico, speculativo, ripiegato su se stesso, perché ha sempre come punto di approdo la con­creta realtà del mondo e della sua salvezza. In questo contesto, nel quale ha dovuto soffrire, non pote­va evadere in affermazioni filosofi­che solo teoriche; doveva cercare il senso del vivere, chiedendosi: chi sono io, che cosa è il mondo? Al­l’uomo, creato a sua immagine e somiglianza, Dio ha affidato la missio­ne di unificare il cosmo. E come Cristo ha unifi­cato in se stesso l’essere umano, nell’uomo il Creatore ha uni­ficato il cosmo. Egli ci ha mo­strato come uni­ficare nella co­munione di Cri­sto il cosmo e così arrivare realmente a un mondo redento. A questa potente visione salvifica fa riferimento uno dei più grandi teo­logi del secolo ventesimo, Hans Urs von Balthasar, che - «rilanciando» la figura di Massimo - definisce il suo pensiero con l’icastica espressione di Kosmische Liturgie, «liturgia cosmi­ca ». Al centro di questa solenne «liturgia » rimane sempre Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo. L’effica­cia della sua azione salvifica, che ha definitivamente unificato il cosmo, è garantita dal fatto che egli, pur es­sendo Dio in tutto, è anche integral­mente uomo - compresa anche l’«e­nergia » e la volontà dell’uomo.

La vita e il pensiero di Massimo restano potentemente illumi­nati da un immenso coraggio nel testimoniare l’integrale realtà di Cristo, senza alcuna riduzione o compromesso. E così appare chi è veramente l’uomo, come dobbiamo vivere per rispondere alla nostra vocazione. Dobbiamo vivere uniti a Dio, per essere così uniti a noi stes­si e al cosmo, dando al cosmo stes­so e all’umanità la giusta forma. L’u­niversale «sì» di Cristo, ci mostra an­che con chiarezza come dare il col­locamento giusto a tutti gli altri va­lori.

Pensiamo a valori oggi giustamente difesi quali la tolleranza, la li­bertà, il dialogo. Ma una tolleranza che non sapesse più distinguere tra bene e male diventerebbe caotica e autodistruttiva. Così pure: una li­bertà che non rispettasse la libertà degli altri e non trovasse la comune misura delle nostre rispettive libertà, diventerebbe anarchia e distrugge­rebbe l’autorità. Il dialogo che non sa più su che cosa dialo­gare diventa una chiacchiera vuota.

Tutti que­sti valori sono grandi e fonda­mentali, ma possono rima­nere veri valori soltanto se han­no il punto di ri­ferimento che li unisce e dà loro la vera autenticità. Questo punto di riferimento è la sintesi tra Dio e co­smo, è la figura di Cristo nella quale impariamo la verità di noi stessi e impariamo così dove collocare tutti gli altri valori, perché scopriamo il loro autentico significato. Gesù Cri­sto è il punto di riferimento che dà luce a tutti gli altri valori. Questa è il punto di arrivo della testimonianza di questo grande Confessore. E co­sì, alla fine, Cristo ci indica che il co­smo deve divenire liturgia, gloria di Dio e che la adorazione è l’inizio del­la vera trasformazione, del vero rin­novamento del mondo.

Perciò vorrei concludere con un brano fondamentale delle o­pere di san Massimo: «Noi a­doriamo un solo Figlio, insieme con il Padre e con lo Spirito Santo, come prima dei tempi, così anche ora, e per tutti i tempi, e per i tempi dopo i tempi. Amen!» ( PG 91, c. 269).

* Avvenire/l’udienza del mercoledì, 26.02.2008


SUL TEMA. NEL SITO, SI CFR.:

-  INDIETRO NON SI TORNA. In memoria di Papa Luciani - il Papa del Sorriso, il Sorriso di Dio....
-  UN CODICE ETICO PER LA TEOLOGIA. DA LUCIANO DI SAMOSATA UNA ULTERIORE SOLLECITAZIONE A PAPA BENEDETTO XVI, A RETTIFICARE I NOMI

"DIO NON E’ CATTOLICO". "Dio è al di là delle frontiere che vengono erette". Accorato appello del Cardinale Carlo M. Martini alla Chiesa per una sua rapida e profonda riforma

SOVRANITA’ E OBBEDIENZA. "DICO": DI CHI, DI QUALE LEGGE - A CHI, A QUALE LEGGE OBBEDIRE?!! ALLA LEGGE DEL PAPA - "COME UN CADAVERE" o ALLA LEGGE DEL "PAPA’-PADRE NOSTRO" (Amore-Charitas, dei nostri "padri" e delle nostre "madri") - COME UN FIGLIO E UNA FIGLIA, UNA CITTADINA SOVRANA E UN CITTADINO SOVRANO?! Al Faraone e alla sua legge o a Mosè e alla Legge che egli stesso segue?! Abramo, chi ascoltò: Baal, il dio dei sacrifici e della morte, o Amore, il dio dei viventi?! Un’analisi di Giovanni Filoramo

-  Per un ri-orientamento antropologico e teologico-politico ....


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