Dialogo tra cittadini sulla giustizia. Uno spunto contro la corrente - del prof. Antonio Bitonti

domenica 2 dicembre 2007.
 

Uno: La stampa ha il compito, che ha solo la magistratura, di ricercare la verità, ma ha anche il dovere d’essere coscienziosamente obiettiva nella ricerca della verità.

Due: È vero. Non ci avevo mai pensato. La politica, per ragioni politiche, non ha interesse alla ricerca obbiettiva della verità. Alla politica la verità interessa fino a che può servire all’azione politica. Tutto il resto può tranquillamente restare sepolto per l’eternità.

Uno: E sì, la stampa ha proprio un compito fondamentale per la società.

Due: Esistono però dei limiti nella ricerca della verità, non trovi?

Uno: Certo. Ci sono i diritti individuali e ciò vale anche per la ricerca della verità che fa la magistratura.

Due: Esattamente.

Uno: Ma il punto è che vengono prima i diritti individuali e poi la ricerca della verità. Vengono prima i diritti degli individui e poi quelli della collettività a conoscere la verità dei fatti e ad avere giustizia, insomma, prima i diritti e poi la legge, prima i diritti e poi la politica.

Due: Stai dicendo che i compiti della magistratura, che rappresenta lo Stato, vengono dopo i miei diritti individuali?

Uno: Sì, certo, è logico.

Due: Bene. Bello. Anzi, bellissimo.

Uno: Sì ma... in Italia purtroppo non è così.

Due: Ma come?!

Uno: Non è mai stato così, nemmeno da quando l’Italia esiste come nazione.

Due: Prima a disposizione dei giudici c’era la tortura per trovare la verità, no?

Uno: C’è stata fino alla Rivoluzione francese. Anche le rivoluzioni portano qualche cosa buona ogni tanto.

Due: Ma per i pedofili, per esempio, non sarebbe giusta la tortura?

Uno: No, la tortura non è mai giusta.

Due: Perché?

Uno: Non c’è una risposta scientifica cioè che può convincere tutti, come non c’è sull’abolizione della pena di morte. I giudizi dei Tribunali non sono mai certi com’è certa la morte. Gli uomini possono sbagliare e i giudici sono uomini.

Due: Hai ragione. Negli Stati Uniti più d’una volta dopo l’esecuzione si scoprono prove che dimostrano l’innocenza. Ma non c’è più l’innocente.

Uno: Anche la tortura non è un mezzo infallibile per ottenere la verità e quindi decisioni assolutamente giuste. Chi nel Settecento voleva abolirla, gli illuministi, dicevano proprio questo: il debole confessa delitti che non ha commesso, chi resiste ai tormenti è liberato ma non sappiamo se è il colpevole.

Due: Insomma togliamo la tortura perché è meglio un colpevole libero che un innocente condannato.

Uno: Penso a quella ragazza di Perugia...

Due: Magari se ancora c’era la tortura si poteva spremere quella americana... come si chiama?

Uno: Amanda.

Due: Sì, Amanda. Che ne dici?

Uno: E il caso sarebbe risolto secondo te?.

Due: Perché non ti sembra risolto?.

Uno: Che vuoi dire, secondo te è stato Lumunba?

Due: Secondo me sì. Vedi allora che è risolto.

Uno: Ma Lumumba l’hanno liberato!

Due: Sì?. Ma... forse anche l’altro ragazzo nero c’entra. Hai sentito la televisione... spacciava droga... a Porta a Porta dicevano che ci ha provato poi... poi lei non ci stava e con questa droga, questi spinelli che sballano... altro che, ci vorrebbe la pena di morte per certi.

Uno: Per certi, come dici tu, ma qui non c’è nessun certo assassino. Anzi veramente il processo non è nemmeno iniziato. Vengono prima i diritti. Ci sono violazioni di diritti per cui nessuna legge e nessun tribunale concede risarcimenti.

Due: Che vuoi dire?

Uno: Pensa al G8 di Genova, non a Carlo Giuliani, alle azioni della polizia.

Due: Ma questa è un’altra cosa.

Uno Hai ragione. Lì sembra, dico sembra, tutto organizzato. Qui invece ho avuto un’altra impressione. Ho avuto la netta impressione che chi ha fatto le indagini è un dilettante.

Due: Chi? I giudici?

Uno: I giudici non fanno le indagini. Giudicano.

Due: E lo hanno fatto bene secondo te?

Uno: Assolutamente no!.

Due: In che senso?

Uno: Pensaci. Dopo due giorni il caso era chiuso: cocaina marijuana sesso festini, Lumumba l’assassino. Vanno in galera in tre. Amanda cambia più volte versione, poi uno esce, in Germania ne arrestano un altro. Raffaele forse c’entra, forse no, forse nemmeno c’era in quella casa. Non lo sanno ancora. Ieri l’altro i carabinieri cercano tra i conti bancari della vittima un possibile movente per l’omicidio.

Due: E quindi?

Uno: Ma che significa questo secondo te?

Due: Non lo so, dimmelo tu.

Uno: Quando è così gli inquirenti dicono: “le indagini ruotano a trecento sessanta gradi”, che, tradotto il termini comuni ai mortali, significa che non sanno che pesci prendere. Non sanno che pesci prendere e intanto quattro persone sono finite in galera con accuse terribili.

Due: Ora c’è un quinto uomo dicono stampa e televisione, un italiano, è lui l’assassino, l’ha detto Rudy, quello in carcere in Germania.

Uno: Ora lentamente l’interesse dei mass-media sfumerà e presto non ne sentiremo più parlare e nessuno ricorderà questi nomi. Intanto la magistratura ha fatto quello che ha fatto. Per non parlare della stampa sciacalla e iena.

Due: Perché insisti su questo, che ha fatto la Magistratura?

Uno: Quello che mi fa rabbia e una paura terribile è come sia facile in questa Italia mettere qualcuno in galera perché un altro lo accusa. I magistrati gli credono sulla parola come fosse lo spirito santo. Poi scoprono che ha mentito. Voglio dire, dopotutto era sospettata pure lei e tutti sanno che quando uno rischia grosso non ci mette molto ad accusare qualcun altro. Lo dice addirittura la legge. Ma come vede, non basta quello che dice la legge.

Due: Su Lumuba si sono sbagliati?

Uno: Ma scusa, se lo hanno liberato significherà qualcosa o no?.

Due: Tu dici che non c’entra nulla?

Uno: Io so solo che prima lo hanno messo in galera perché una l’ha accusato e poi... Guarda, non sapevano ancora l’ora del decesso e gli hanno detto: “più o meno tra le 20:00 e le 23:00 doveri?” Lui ha risposto che era al pub; dimostralo hanno ribattuto; allora ha portato uno scontrino delle 22:29; non basta gli hanno detto; e lui ha replicato che se entra qualcuno alle 20:00 non gli fa subito lo scontrino, aspetta che finisca di bere e poi prima di uscire glielo fa; la casa della vittima è vicina al pub, hanno controbattuto - senti che ragionamenti per incarcerare uno - e avresti potuto lasciare 10 minuti, fare l’omicidio e tornare dietro al bancone; lo scontrino non basta.

Due: E poi?

Uno: E poi lo hanno liberato perché quando sono arrivati i risultati dei rilevamenti non c’erano nemmeno le sue impronte digitali nell’abitazione della vittima. Inoltre è riuscito a trovare uno che ha testimoniato con i particolari che giudici e pubblici ministeri volevano sentire: giorno, ora d’entrata, ora d’uscita, cosa avevano bevuto, quanto avevano bevuto (perché sopra una certa soglia l’alibi si scioglie), di cosa avevano parlato (perché da altre fonti risultavano i temi, e la contraddizione diminuisce l’attendibilità del teste a favore), chi altri c’era, ecc. ecc.

Due: Vuoi dire che non lo avrebbero messo in galera se avessero atteso solo uno o due giorni i risultati delle impronte digitali?

Uno: Esattamente.

Due: Tutto sommato questa storia gli ha fatto pubblicità e ora il suo pub andrà fortissimo...

Uno: Questa è la cosa più assurda e cinica che potevi dire.

Due: Ma non pensare... che in fondo...

Uno: Per tutta la vita si porta il sospetto che qualcosa c’entra con il delitto e cosa vuoi che gliene freghi della pubblicità, dai. Più di qualcuno, credimi, lo eviterà per questa storia, e non è giusto.

Due: Ma com’è possibile che tutto ciò accada?.

Uno: Ricordiamoci Enzo Tortora. Sono cose vecchie. Non è detto che basti sempre cambiare la legge per cambiare le cose. È il caso di dire che i magistrati non sono l’oracolo di Defli, perché lo Stato non è come diceva Hegel l’ingresso di Dio sulla terra.

Due: Ma lo Stato siamo noi...

Uno: Sì, ma qui non parlo di questo. Parlo dello Stato come organizzazione, perché lo Stato è un’organizzazione, complessa, ma solo una organizzazione di persone e di compiti. Lo Stato è fatto di queste persone e alcune chiedono e altre concedono che qualcuno vada in carcere senza che nemmeno si attenda il risultato dei rilievi sulle impronte digitali, senza nemmeno avere in mano una traccia, il che non basterebbe nemmeno in realtà. Questo, proprio questo, significa quanto dicevo prima: prima vengono i diritti e poi la giustizia.

Due: Ma la gente non pensa questo, pensa l’esatto contrario.

Uno: È vero. Infatti il popolo è forcaiolo. Ti ricordi manipulite?. Alcuni in galera e il popolo era felice. La piazza è forcaiola, ricordatelo. Pensa al cappio agitato da Bossi davanti al popolo padano. Ci sono aberrazioni che dovrebbero fare più paura del terremoto o dell’AIDS.

Due: Aberrazioni? A che ti riferisci?

Uno: Quando ad Erba i coniugi Romano hanno ucciso quattro persone, la stampa la prima cosa che cominciò a dire fu che l’assassino era il padre, marito e genero delle vittime. Asus è magrebino, musulmano, galeotto: per la stampa l’uomo perfetto come assassino in una piccola comunità del Nord.

Due: Sì, mi ricordo, povero lui. Ricordo pure - ora che ci penso - che i giornali e la televisione dissero addirittura che in carcere aveva fatto uno sgarro ai calabresi che si erano così vendicati. Che fantasia che ci vuole. Forse in questo modo la storia era più credibile.

Uno: Poi com’è andata, ricordi? A un certo punto si scopre che Asus il giorno del delitto era in un altro continente addirittura.

Due: Quindi secondo te se era in Italia l’avevano arrestato?

Uno: Non scommetterei un centesimo che sarebbe rimasto libero se si fosse trovato in Italia. Era già il colpevole per la stampa e la televisione e sarebbe finito in carcerazione preventiva prima di essere chiamato a chiarire il suo alibi.

Due: Forse hai ragione.

Uno: Ecco, capisci, così funzione in Italia la custodia in carcere: al minimo sospetto ti sbattono in galera, così se sai qualcosa, prima o poi, la dici. Da noi in Italia il carcere preventivo per un reato gravissimo come questo può arrivare a quasi 10 anni! Dieci anni in attesa di sentenza definitiva.

Due: Alla fine poi, erano stati i vicini di casa.

Uno: E meno male. Pensa se fosse stato davvero qualche extracomunitario. Credo che adesso in Italia ci sarebbe lo stato d’assedio. Insomma se alla sagacia dei magistrati unisci il rigore scrupoloso nell’accertamento della verità dei giornalisti e la difesa dei diritti che vuole il popolo tutto, viene fuori la civile e moderna Italia che vediamo.

Due: Sì, ma servono dei controlli, l’impressione è che la situazione sfugge di mano. Ci vuole legalità.

Uno: Ah ecco una parola che sembra una formula magica, mette tutti subito d’accodo.

Due: Tu non sei d’accordo?

Uno: Io la penso diversamente e ora dirò una cosa impopolare, di questi tempi. Quando sento i politici, i magistrati, i preti, i poliziotti, ora anche gli educatori, come i maestri di scuola, invocare la legalità, ho paura.

Due: Paura? Ma che dici...

Uno: Credo che anche tu devi aver paura. Legalità significa controllo sulla società. E controllo significa questi metodi, questi uomini, questo rispetto dei diritti. Legalità significa leggi eccezionali che danno ancora più potere ai magistrati e ai poliziotti. In nome del controllo che deve effettuare lo Stato-organizzazione, legalità significa soffocare la società civile sotto un mantello d’acciaio. Significa compressione della libertà e dei diritti delle persone. Significa sospendere i diritti costituzionali, noi che abbiamo bisogno dar loro pieno sviluppo e piena forza. Due: Ma che dici?! Secondo te dobbiamo essere indulgenti con i delinquenti.

Uno: No un momento, un momento. Fino a che la colpevolezza non è accertata uno è innocente, quale delinquente. È l’esatto opposto: dobbiamo trattare gli imputati come innocenti non come colpevoli.

Due: Senza controlli è la fine.

Uno: Sto dicendo... ascolta. Pensa che può succedere con nuove leggi eccezionali se già oggi per fare una perquisizione, anche domiciliare, non servono autorizzazioni del giudice, perché ci sono leggi speciali che consentono ai carabinieri di entrare ad ogni ora e frugare dappertutto, anche nella camera da letto tua. Pensa che può succedere... se già oggi basta che qualcuno in una caserma qualsiasi del territorio d’Italia t’accusa su un pezzo di carta e finisci in galera e poi sei tu che devi dimostrare, come Lumunba, che lì non c’eri, che a quello non lo conosci, che non sei mai stato in quella città, che non hai mai detto questo quello o altro ecc. ecc. Capisci.

Due: Secondo me sei pessimista sul futuro.

Uno: Ma, non so. Può darsi, ma la vedo bigia.

Due: Stai tranquillo... la gente non lo permetterà.

Uno: No amico mio, ti sbagli, la gente l’ha già permesso.

Antonio Bitonti


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