In principio era il Logos.... non il "logo"!

TEOLOGIA, FILOSOFIA E POLITICA. E’ POSSIBILE IL DIALOGO TRA LE RELIGIONI? La risposta "cieca" e "senza futuro" di Umberto Galimberti: NO - a cura di pfls

martedì 20 novembre 2007.
 
[...] La mia risposta è no. E le ragioni sono del tutto evidenti. Innanzitutto incominciamo a restituire alla parola "dialogo" il suo giusto significato: non un incontro conciliante, ma un vero conflitto o guerra condotto con le idee e con le parole invece che con le armi. Le parole greche che incominciano con il prefisso "dia" segnalano infatti una massima opposizione, come la parola "dia-metro" che indica i punti massimamente distanti della circonferenza, o la parola "dia-volo" che nomina il massimamente distante, anzi l’avversario di Dio. Se questo è il significato di "dialogo", le religioni, che nella storia sono entrate in conflitto anche nella maniera più crudele e feroce, hanno le carte in regola. All’interno della conflittualità che va riconosciuta, è possibile dialogare e reperire un punto di convergenza solo se i dialoganti sono disposti ad ammettere che la posizione dell’altro disponga di un gradiente di verità almeno pari alla propria. Questa infatti è la vera essenza della "tolleranza", che non significa tollerare la posizione dell’altro (questa se mai è solo buona educazione), ma ipotizzare, almeno in linea di principio, che le tesi dell’altro possano essere vere o addirittura più vere delle proprie. Sono disposte le religioni, quando si confrontano, a disporsi in questo atteggiamento mentale? La mia risposta è no [...]

Oh my God

RELIGIONI

I flussi migratori ci mettono a confronto con altre fedi e un diverso atteggiamento verso la divinità.

C’è un dialogo possibile? No, secondo Umberto Galimberti

I nuovi fedeli. Sono i cristiani venuti da Oriente. Romania, Ucraina, Moldavia. Sono gli ortodossi dell’Est, che con noi vivono, lavorano, pregano. Le badanti dagli occhi chiari che, in chiesa, vanno ancora con la testa coperta da un fazzoletto. E che, per la prima volta quest’anno, hanno superato i cattolici tra i fedeli immigrati in Italia. È il nuovo Dossier statistico Immigrazione realizzato da Caritas e Fondazione Migrantes a raccontare con i numeri chi sono, da dove vengono, che mestiere fanno, ma anche in quale Dio credono i migranti.

Le stime ci dicono che oggi i cristiani rappresentano circa la metà dei 3 milioni e 690mila stranieri presenti nel nostro Paese. Un sorpasso avvenuto sull’Islam - che rimane la seconda religione professata - a partire dagli anni Novanta, quando uomini e donne dei Paesi dell’Europa dell’Est iniziarono ad aggiungersi a chi proveniva dal Maghreb. È grazie a loro che i cristiani sono rimasti stabili negli anni: oggi sono 1 milione e 790mila (il 48,6 per cento del totale; erano 1 milione e 491mila nel 2005, il 49,1%). Nell’ultimo anno gli ortodossi sono cresciuti di 259mila unità (sono passati da 659mila, il 21,7%, a oltre 918mila, il 24,9%) e hanno superato i cattolici (erano 668mila, il 22%; sono diventati 685mila, il 18,6%). A questi vanno aggiunti i protestanti (129.800, il 3,5%) e un 1,6% rappresentato da altre confessioni. I fedeli delle chiese d’Oriente aumenteranno. Le cifre si fermano al 31 dicembre del 2006, prima dell’ingresso della Romania in Europa avvenuto quest’anno. Ma per Franco Pittau, coordinatore del Dossier, la svolta potrebbe essere un’altra. "Gli arrivi dalla Romania potranno essere sostenuti, ma non infiniti. Il vero sorpasso avverrà se un grande Paese a maggioranza ortodossa come l’Ucraina sarà coinvolto ancora di più nei flussi d’ingresso". I musulmani rappresentano un terzo dei fedeli stranieri: sono 1 milione e 200mila, il 32,6%; nel 2005 erano il 33,2%. Cresceranno ancora per i nuovi arrivi, i ricongiungimenti familiari, le nascite. Una presenza visibile, quella dell’Islam. E non solo per la grande attenzione mediatica e per quella "battaglia delle idee" che spesso parte da fatti di cronaca, da una donna velata, dal diniego a costruire una moschea. Ma anche per i 735 luoghi di preghiera o associazioni censite lo scorso maggio: più del doppio rispetto ai 351 del 2000.

Accanto a cristianesimo, Islam ed ebraismo c’è anche il buddhismo, con una comunità sempre più importante: da 57.688 a quasi 68mila. E c’è l’induismo con oltre 99mila credenti (erano oltre 75mila; rappresentano il 2,7%). Fedi, riti, regole alimentari e culturali diversi. Che, secondo Pittau, al di là di stereotipi o contrasti, possono essere una risorsa: "Il messaggio che ci arriva è una provocazione forte: in Italia ci siamo abituati a vivere la religione quasi come un’abitudine legata alle feste, al Natale, ai matrimoni. La differenza ci colpisce e deve farci interrogare. Il fatto che ci siano altre religioni e culture accanto a noi può essere uno stimolo alla convivenza. La differenza stessa può diventare un fattore di dialogo. Da cattolico, posso imparare il senso della tradizione da un ortodosso, quello della rinuncia da un buddhista, la grandezza di Dio dai musulmani, l’attaccamento alla comunità dai fedeli delle religioni tradizionali africane". Per raggiungere questi obiettivi, per Pittau bisogna partire dalle scuole, dai dibattiti tra la gente. E la politica cosa può fare? "Oggi c’è un esagerato contrasto anche su temi che possono essere patrimonio dei due schieramenti. Se la politica non smetterà di essere contrapposta per principio, non vedo un grande futuro". Alessia Gallione

Ecco la tesi di Umberto Galimberti

La mia risposta è no. E le ragioni sono del tutto evidenti. Innanzitutto incominciamo a restituire alla parola "dialogo" il suo giusto significato: non un incontro conciliante, ma un vero conflitto o guerra condotto con le idee e con le parole invece che con le armi. Le parole greche che incominciano con il prefisso "dia" segnalano infatti una massima opposizione, come la parola "dia-metro" che indica i punti massimamente distanti della circonferenza, o la parola "dia-volo" che nomina il massimamente distante, anzi l’avversario di Dio. Se questo è il significato di "dialogo", le religioni, che nella storia sono entrate in conflitto anche nella maniera più crudele e feroce, hanno le carte in regola. All’interno della conflittualità che va riconosciuta, è possibile dialogare e reperire un punto di convergenza solo se i dialoganti sono disposti ad ammettere che la posizione dell’altro disponga di un gradiente di verità almeno pari alla propria. Questa infatti è la vera essenza della "tolleranza", che non significa tollerare la posizione dell’altro (questa se mai è solo buona educazione), ma ipotizzare, almeno in linea di principio, che le tesi dell’altro possano essere vere o addirittura più vere delle proprie. Sono disposte le religioni, quando si confrontano, a disporsi in questo atteggiamento mentale? La mia risposta è no, per la ragione che segue.

Ogni religione identifica la propria fede con la verità unica e assoluta. Questa identificazione è ovviamente impropria, perché la fede "crede" proprio perché non "sa". Io non credo che due più due faccia quattro perché lo so, mentre "credo" nell’immortalità dell’anima proprio perché non lo "so". Identificare la "fede" con il "sapere", fare questa confusione, come tutte le religioni fanno, è il primo atto che rende impossibile il dialogo. Come si fa infatti a dialogare con chi è pregiudizialmente convinto che la propria fede sia l’unica e assoluta verità?

Nella tradizione cristiana di questo problema si era accorto Tommaso d’Aquino che, commentando Paolo di Tarso avvertiva che la fede, a differenza della ragione umana, conduce "in captivitatem omnem intellectum", cioè rende l’intelletto prigioniero di un contenuto che non è evidente, e che quindi gli è estraneo (alienus), sicché l’intelletto è inquieto (nondum est quietatus) di fronte alla fede, nei cui riguardi si sente "in infirmitate et timore et tremore multo". Eppure non c’è ebreo, non c’è cristiano, non c’è musulmano che non sia convinto che la propria fede sia la verità. Come fanno gli esponenti di queste religioni a dialogare fra loro?

Ma cos’è davvero una religione? Un insieme di simboli pre-razionali in cui ogni popolo, ogni cultura, ogni civiltà trova la propria identità e appartenenza. La sua base è in questi "sentimenti" che precedono ogni discorso razionale, perché nessuno può rinunciare al proprio luogo di nascita, alla propria educazione, ai valori che, attraverso quella educazione, ha interiorizzato. In una parola nessuno può rinunciare alla propria cultura, senza perdere ciò che lo orienta nella vita prima ancora che incominci a ragionare e determinando in modo radicale il proprio successivo modo di ragionare. Da questo "pre-giudizio", che antecede ogni "giudizio", non possiamo davvero liberarci.

Possiamo solo starci sapendo di non abitare la verità, ma semplicemente una cultura con le sue limitate caratteristiche. Quando con la sua nascita, la filosofia volle emanciparsi dal mito, e in seguito da tutte le religioni, Platone prese a parlare di un "grande capovolgimento (meghíste matabolé)" dovuto al fatto che Dio abbandonò il timone del mondo e gli uomini, lasciati soli, non ebbero altra possibilità di governare se stessi se non inventando la politica, ossia la libera discussione tra loro che consentisse a maggioranza di prendere decisioni (Politico, 272 e - 273 b). Il dialogo, dunque, come oltrepassamento della religione, la libera discussione politica come oltrepassamento delle credenze fideistiche, le quali, radicandosi e definendo le basi antropologiche delle diverse culture, sono nell’impossibilità di dialogare tra loro e quindi di pervenire a una comune conciliazione.

Un esempio di perfetta coincidenza tra la religione e la cultura di un’area storico-geografica è costituito dal cristianesimo che, a partire dal vertice del suo magistero, parla pochissimo di Dio e moltissimo dell’uomo, delle sue pratiche di vita, conformi o difformi all’insegnamento tradizionale della Chiesa romana, la quale, uscita dal suo riserbo e dalla sua circoscrizione geografica, è divenuta, grazie all’uso sapiente dei media, per la prima volta davvero universale. Universale come il mercato, come la globalizzazione, come il capitalismo. Categorie queste tutte occidentali, che hanno reso occidentale anche il volto di Dio.

Al momento non sappiamo se il cristianesimo finirà insieme all’Occidente, ma certo non possiamo negare che abbia conferito a Dio i tratti della cultura occidentale. Si tratta infatti di quel Dio che, all’inizio del Novecento, non esita a inviare i suoi messaggi sovrannaturali in un paesino del Portogallo, Fatima, che porta il nome della figlia di Maometto, e che ancora oggi i musulmani rivendicano come luogo sacro della loro fede. Così vengono marcati i confini della cristianità nei confronti dell’Islam che si affaccia sull’altra riva del Mediterraneo.

Non basta. L’anno dell’apparizione di Fatima, il 1917, è anche l’anno della rivoluzione russa che mette a tacere, ben più della cristianità latina d’Occidente, la cristianità ortodossa d’Oriente. Quest’ultima, per tutto il periodo del comunismo, continua a vivere ben radicata e profonda nell’anima dei popoli slavi, per i quali, ben più di noi, la religione è intimamente connessa alla loro cultura, al loro modo di essere uomini.

Ma in Occidente, per tutto il tempo del pontificato di Pio XI e Pio XII, si sfrutta e si evidenzia, dell’oppressione religiosa generalizzata in Oriente, solo l’oppressione della cristianità latina presente in Polonia, in Ungheria e in Cecoslovacchia, ribadendo così la distanza secolare che divide i cristiani d’Occidente da quelli d’Oriente e la necessità di cristianizzare la Russia per salvare la cristianità d’Occidente. Con questi papi il volto di Dio diventa sempre più occidentale, fino a chiudere un occhio sul nazifascismo che andava diffondendosi in Europa. Un fenomeno che, per quanto terrificante fosse, agli occhi della Chiesa era pur sempre un baluardo contro l’ateismo della politica (non della gente) dei Paesi comunisti.

A diluire la guerra fredda, che non era solo tra capitalismo e comunismo, quindi tra due sistemi economici, ma tra due "antropologie", cioè tra due modi di essere uomini: con Dio o senza Dio, fu papa Giovanni XXIII che divenne interlocutore sia dei credenti sia dei non credenti, perché si avvertiva che la sua parola era rivolta all’uomo indipendentemente da tutte le distinzioni di fede. Papa Giovanni si accostò all’ortodossia della cristianità d’Oriente, che riconosce come sua autorità la comunità dei vescovi e non il primato del papa, aprendo il Concilio Vaticano II, ossia una comunità di vescovi con il papa in ascolto.

Fu la massima apertura dell’Occidente all’Oriente, un’apertura che Paolo VI proseguì dando speranze di dialogo e di avvicinamento e che papa Wojtyla o oggi papa Ratzinger hanno chiuso, riaffermando con enfasi il primato pontificio, quindi i tratti del Dio d’Occidente e la sua secolare distanza dall’ortodossia d’Oriente che, dalla Grecia, attraverso la Serbia, l’Ucraina, la Bielorussia, giunge al cuore della Russia non più comunista, ma altrettanto distante da Roma, perché ortodossa. Una distanza antropologica che si può toccare con mano appena si va in quelle terre, dove si è disposti ad accogliere il papa come vescovo di Roma, ma non come capo della cristianità. E così, dopo aver perso la cristianità d’Oriente nell’VIII secolo d.C. per effetto dell’alleanza del papato con i Franchi, dopo aver perso il Nord Europa, nel XVI secolo con la rivolta di Lutero contro Roma la cristianità d’Occidente ha finito con l’essere circoscritta alla geografia della latinità mediterranea, estesa al Sudamerica cristianizzato nel ’500 con i metodi violenti spero noti a tutti. Papa Wojtyla, venuto dalla Polonia, un Paese cattolico che confina con i Paesi protestanti a ovest e con i Paesi ortodossi a est, ha tentato di allargare i confini angusti della cristianità d’Occidente oltre i confini della latinità, e perciò ha parlato di dialogo tra le fedi cristiane, auspicando una fratellanza impossibile.

Impossibile perché non si può pensare a un recupero del mondo protestante, che si affida al dialogo diretto della coscienza di ciascuno con Dio, proponendo una Chiesa mediatrice di questo dialogo e ribadendo a ogni piè sospinto il culto mariano che il mondo protestante rifiuta. Allo stesso modo non si può parlare con il mondo ortodosso, che riconosce la comunità dei vescovi ma non il primato del papa, proponendo un’autorità pontificia che, anche nel mondo della cristianità latina, ha azzerato ogni collegialità episcopale. Sia Wojtyla, sia Ratzinger hanno ribadito il Dio d’Occidente, e le sue parole di dialogo con le altre fedi hanno più il sapore del desiderio di integrazione delle altre religioni alla religione della latinità, che non quello dell’autentico incontro.

Negli ultimi anni del suo pontificato, papa Wojtyla ha chiesto perdono per le colpe della Chiesa, perdono per l’atteggiamento assunto nei confronti degli ebrei, della scienza, dell’eresia. Ma che dire di una Chiesa che fa così reiterati atti di umiltà rivendicando comunque per sé la verità assoluta? Tradotto, questo discorso significa: noi cristiani d’Occidente abbiamo fatto degli errori, ma voi siete comunque nell’errore, perché la verità appartiene in ogni caso alla Chiesa cattolica che ha nel papa il suo infallibile interprete perché "vicario di Cristo".

Con questa irremovibile premessa, chiedere perdono non ha altro senso se non quello della buona educazione nei confronti di altre religioni e dello stesso laicismo, che la Chiesa cattolica riconosce di avere a suo tempo offeso, ma che per lei restano comunque figure erranti e prive della luce della verità. Tutto ciò cementa la fede popolare della cristianità d’Occidente, ma rende incolmabili le distanze con la cristianità dell’Oriente e con la cristianità protestante, per non parlare di ebrei e musulmani, di buddisti e taoisti, e di quanti, alzando gli occhi al cielo, vorrebbero incontrare un Dio meno segnato dalle fattezze dell’Occidente, dalla sua storia, dalla sua cultura, di cui gli ultimi due papi si sono fatti perfetti interpreti.

Se le religioni non sono in grado di aprire un dialogo fra loro, non resta che prender dimora in quella che Kant definiva "l’isola della ragione nell’oceano dell’irrazionale" che, pur con tutti i suoi limiti, trova la sua applicazione pratica in quella che Platone ha chiamato "politica", dopo che Dio ha abbandonato il timone del mondo, nella speranza che non ne riprenda il possesso, come la situazione del nostro tempo sembra purtroppo minacciare.

* la Repubblica D, 10.11.2007, n. 573 - senza fotografie.


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