Tra le rive del Medesimo e dell’Altro (J.-P. Vernant)

ALESSANDRIA D’EGITTO. UN FARO ANTICO E NUOVO DEL MEDITERRANEO. Un breve reportage di Aristide Malnati - segnalazione del prof. Federico La Sala

lunedì 15 gennaio 2007.
 

Dopo la nuova Biblioteca, altri faraonici progetti puntano a ricostruire il leggendario Faro e la torre tolemaica. Simboli plastici della continuità attraverso i secoli di questa capitale della cultura, che ha sempre conservato il suo sapore meticcio e cosmopolita

Alessandria d’Egitto, è ancora Belle Époque

Sono sempre vivaci e fervidi di suggestioni letterarie i caffè e i circoli culturali, ritrovo di scrittori, poeti, narratori e viaggiatori amanti di percorsi incongrui e dal forte richiamo immaginifico. Su tutti il Pastrudis, dove convengono avventori impazienti di consumare libri e in abbigliamento tardocoloniale. Esploratori forse un po’ manierati, ambasciatori di un turismo demodè attratto da mondi arcani e visibilmente nemico dei viaggi mordi e fuggi

Da Alessandria D’Egitto Aristide Malnati (Avvenire, 14.01.2007)

Il volto di un marinaio in età già avanzata intento a trafficare con una canna da pesca è sferzato dal vento e colpito dagli impietosi raggi solari sul molo di Shatbi, dove il riflusso irregolare delle onde contro la banchina scandisce il monotono trascorrere delle ore. Alla fine di un’interminabile giornata di pesca l’anziano pescatore si dirige con un magro bottino al suk non distante, nel cuore trasudante storia millenaria di Alessandria d’Egitto. È un allegro e disordinato vociare di chi contratta gli affari più improbabili e di chi propone la mercanzia più stravagante: mi è addirittura capitato di vedermi proporre un piccolo coccodrillo da tenere - su suggerimento del venditore - in un giardino con piscina: «Non è pericoloso e non crescerà molto».

Il mercato del quartiere di Shatbi, alle spalle di una piccola necropoli ellenistica e non distante dall’imponente costruzione della nuova e avveniristica Biblioteca, è il più animato della seconda capitale d’Egitto: qui i turisti sono in scarso numero, preferendo le bancarelle più ricche dell’enorme bazar di Qait Bey; a Shatbi vengono in particolare i cristiani copti, tra una funzione e l’altra nella vicina chiesa di San Marco: trovano immaginette dei santi e dei martiri della Chiesa primitiva e dei Padri del deserto, verso i quali hanno profonda devozione.

Alessandria è permeata nella sua storia secolare da confronti, a volte anche aspri, tra rappresentanti di confessioni o di etnie diverse, qui confluite in seguito a un radicato processo di cosmopolitismo e sulla base della capacità d’attrazione dei suoi centri di ricerca scientifica e letteraria. Proprio l’amore per le buone letture e per la certosina ricerca filologica applicata sui classici della letteratura occidentale ha costituito un fil rouge, partito dalle origini e giunto tra i burrascosi flussi della storia fino ai nostri giorni.

Ancora oggi sono vivaci e fervidi di stimolanti suggestioni letterarie i caffè e i circoli culturali, ritrovo di scrittori, poeti, narratori e viaggiatori amanti di percorsi incongrui e dal forte richiamo immaginifico. Su tutti il Pastrudis, dove convengono avventori, impazienti di consumare avidamente libri prima ancora che bevande e contraddistinti da un abbigliamento tardocoloniale, stile Belle époque; esploratori, forse un po’ manierati, simili a David Niven in pellicole d’epoca; ambasciatori di un turismo oggi demodè, attratto da mondi arcani e visibilmente nemico dei viaggi mordi e fuggi.

Nei locali-salotto alessandrini sono ricercati e consultati, tra un karkadè e un tè alla menta, in particolar modo autori del secolo scorso, come Durrell, Kavafis e Forster, aedi di quel clima letterario e culturale, che si respirava, quando la metà della popolazione, interi quartieri, era straniera: soprattutto italiani, greci, ebrei, armeni, ma anche - ovviamente - inglesi, francesi e tanti altri.

Sedersi ai tavolini sgangherati lungo la corniche, con un romanzo di Lawrence Durrell, che battezzò Alessandria «principessa e donna di facili costumi, città reale e discarica culturale del mondo», o con una raccolta di poesie di Costantino Kavafis, che abitava poco distante, sopra una casa d’appuntamenti all’angolo con una chiesa: è questo il modo più idoneo, forse l’unico, di ricreare l’atmosfera di un paradiso perduto.

Del resto, Alessandria d’Egitto è un luogo che vive, o forse che esala gli ultimi, sussultori respiri, nella tradizione letteraria ancor prima che nella realtà sociale di quattro milioni di anime, o nell’evidenza di un’urbanistica disordinata e irrazionale, attraversata da mille veicoli sbuffanti e segnata dagli scheletri macilenti di palazzi di un tempo che fu. Da sempre nello svolgere la propria funzione spazio-temporale di ponte tra culture le amministrazioni alessandrine si sono concentrate sulla ripetuta creazione di spazi dal forte appeal simbolico.

Si è da poco ultimata - e risplende ammaliando migliaia di visitatori, quanto mai desiderosi di soddisfare la propria sete di sa pere - la costruzione di un enorme centro di conoscenza globale, si è appena consumata la resurrezione, come rediviva araba fenice, del mito dei miti, l’emblema per antonomasia della produzione scritta della società classica e occidentale: la Bibliotheca Alexandrina, straordinaria creazione pedagogica dell’antichità, oggi è di nuovo realtà nella splendida proposta architettonica dello studio norvegese Snøhetta.

Ma la vivacità culturale e lo spirito di iniziativa dell’amministrazione di Alessandria d’Egitto - in questo supportata dall’Unione europea, assai sensibile al ritorno d’immagine legato all’erezione di monumenti colossali e dalla vincente simbologia millenaria - va ben oltre. È stato progettato un nuovo Faro, una nuova torre del tutto simile a quella mastodontica di più di 130 metri di altezza, realizzata da Sostrato di Cnido (architetto di Tolemeo I e di Tolemeo II) attorno al 280 a.C. al fine di facilitare con la luce irradiata da un sistema di specchi l’entrata nel porto eunòstos. Il monumento sarà progettato, ispirandosi ai resti rilevati dall’ispezione archeologica del Centro di studi alessandrini: gli esperti guidati da Jean Yves Empereur hanno identificato i blocchi dell’antico Faro, crollati a seguito di un terremoto nel 1349 e allineati sul fondo del mare; i reperti antichi serviranno come spunto per gli architetti contemporanei, a suggellare un ideale percorso di forme sul crinale dei secoli.


Caccia alla tomba di Alessandro Magno

(A.Maln.)

Alessandria rappresenta sempre più la nuova frontiera dell’Egittologia; ovviamente dell’Egittologia di epoca tarda, con il ritrovamento di reperti successivi alla fondazione della città da parte di Alessandro Magno (331 a.C.). E proprio la tomba del condottiero macedone potrebbe essere il colpo grosso degli archeologi del Centre d’études alexandrines, diretti da Jean Yves Empereur, già noto per l’identificazione, undici anni or sono, dei blocchi e del basamento del Faro, allineati sul fondo del mare. Empereur è da tempo impegnato nello scavo dell’immensa necropoli antica (la nekròpolis descritta dal geografo greco Strabone): questo cimitero, allestito all’inizio del periodo tolemaico (attorno al 300 a.C.), è stato utilizzato fino ai primi secoli della cristianità e dunque conserva migliaia di sepolture.

Inizialmente gli archeologi transalpini hanno scavato la zona del quartiere di Gabbari, scoprendo almeno cinquemila loculi, quasi tutti di epoca cristiana. Ora si sono spostati nella parte più antica dell’immensa area cimiteriale, più ad occidente, e hanno fatto una scoperta eccezionale: con sicurezza hanno individuato il punto di congiunzione tra le due arterie principali di Alessandria; tra quella che la attraversava in direzione nord-sud dal Capo Lochias alla palude Mareotide e la via canopica (est-ovest), parallela alla costa. Ebbene, le fonti storiche ci informano che il sovrano Tolemeo IV, alla fine del III secolo a. C., decise di spostare le spoglie di Alessandro il Macedone in un nuovo mausoleo, sito esattamente al punto di incrocio tra le due vie principali.


La culla dei copti nella città dei padri della chiesa

di Aristide Malnati (Avvenire, 14.01.2007)

Alessandria, sede amministrativa della Provincia imperiale dell’Egitto romano, accolse per prima e irradiò in tutto il Paese del Nilo la Buona Novella della neonata religione cristiana; il carattere cosmopolita della città contribuì a valorizzare i precetti del cristianesimo anche in ambienti non giudaici, proprio nel rispetto di quell’ecumenismo voluto da Gesù e subito individuato dai Padri della Chiesa come elemento fondante della predicazione di Nostro Signore.

Qui sarebbe arrivato san Marco nel 48 d.C. (quindi addirittura prima del Concilio di Gerusalemme del 49, primo concilio della Chiesa primitiva) e da quel momento la città divenne centro di speculazione teologica di livello raffinato. Dopo il martirio di Marco a capo della neonata comunità cristiana alessandrina (ed egiziana) succedette Amianos, che dello stesso Marco era il discepolo principale.

Durante i primi tre secoli della Chiesa alessandrina (in epoca precostantiniana), scuole come il Dydaschaléion produssero dotti testi di patristica e di esegesi vetero e neotestamentaria e divennero ben presto teatro di aspre controversie: presero corpo ad Alessandria le teorie di Origene (attorno al 200 d.C.) e l’eresia di Ario, veicolo di dissidi, culminati nella distruzione del muséion e nel massacro dei cristiani, ordinato da Caracalla (215). Forte dello studio certosino dei suoi dotti esegeti, la Chiesa copta asserisce ancor oggi di aver mantenuto le credenze e la dottrina della comunità primitiva, rimanendo conforme ai riti apostolici e tramandandoli tramite numerosi Vangeli, considerati apocrifi e tardi.

Alessandria sotto Diocleziano (295) divenne sede definitiva del Patriarcato copto e conserva ad oggi questa sua funzione. Proprio durante gli anni del regno di Caracalla, momento delle ultime persecuzioni prima della svolta costantiniana di apertura a una assoluta tolleranza religiosa, il Patriarca ad Alessandria veniva eletto dai prelati locali al loro interno: in seguito, quasi subito, si affermò e si consolidò la prassi, in uso ancora nella Chiesa odierna, di eleggere la massima autorità dei cristiani d’Egitto tra i presbiteri, i monaci e gli eremiti.

L’attuale Pontefice copto, Sua Beatitudine Shenuda III, ha cominciato la sua predicazione e il suo iter religioso, dopo adeguati studi religiosi nelle Facoltà di dottrina teologica alessandrina, proprio tra i cenobiti nel monastero di San Paolo, vicino al Mar Rosso.


Sul tema, in rete, si cfr.:

ALESSANDRIA D’EGITTO (Wikipedia).

-  IPAZIA DI ALESSANDRIA: LA DONNA CHE OSO’ SFIDARE LA
-  CHIESA IN DIFESA DELLA SCIENZA. Materiali per pensare:
-  articoli di Maria Pia Fusco, Gabriella Gallozzi, e
-  Vito Mancuso, Mariateresa Fumagalli, Roberta De MonticellI - e altre note


Rispondere all'articolo

Forum