"Kompromaty" e uso istituzionale del "paradosso del mentitore"

SPIONAGGIO FISCALE: DEMOLIRE LA COSTITUZIONE E DEVASTARE L’ITALIA!!! Per questo Carlo Federico Grosso ha dato a quest’ennesima criminalità di corpi dello Stato (elementi della Guardia di finanza e del Sismi, appaiati) il nome di EVERSIONE. L’ "analisi" di Barbara SPINELLI

domenica 29 ottobre 2006.
 
[...] Gli scandali scoppiati ultimamente in Italia - le rivelazioni sullo spionaggio fiscale di un gran numero di personalità e soprattutto dell’attuale capo del governo Romano Prodi, cui si aggiunge un piano del Sismi che risale all’inizio del governo Berlusconi, inteso a «disarticolare, anche con mezzi traumatici», i nemici del centrodestra - somigliano come fratelli gemelli all’uso che Putin fa del kompromaty (gli italiani, più fumosi, parlano di dossieraggio). Sono operazioni che vengono condotte a fianco dello Stato, ignorando e aggirando i molti suoi servitori onesti. È un lavoro - meglio sarebbe dire un lavorio, perché l’azione è martellante, di lungo respiro - che viene affidato a un potere non visibile, non eletto e non controllato. È un potere che fugge non solo lo Stato, ma la politica stessa: ambedue infatti - Stato e politica - sono giudicati da chi fa questi servizi come disprezzabili, inesistenti, comunque aggirabili [...]

Il paese delle spie in fuga dalla politica

Obiettivo: demolire l’alternanza

di Barbara Spinelli (La Stampa,29/10/2006)

KOMPROMATY si chiamano nella Russia di Putin quei documenti destinati a compromettere l’avversario e liquidarlo nel momento più conveniente: cosa che di solito si fa non coi concorrenti politici, ma con i nemici in guerra. Il Cremlino affida la fabbricazione dei kompromaty a organi segreti che il potere personalmente controlla, siano essi pubblici o privati. I dossier son fatti per seminare paura, e di paura si nutrono: servono a ricattare, infangare, bloccare qualsiasi alternativa al regime esistente. Sono ingredienti basilari d’ogni dittatura e d’ogni regime dove lo Stato vien confiscato da una persona, un partito o una lobby. La politica della paura che regna dall’11 settembre ha immensamente affinato le tecniche di questi poteri segreti, e la loro disinvoltura. Chi si presta a simili operazioni - politici, funzionari pubblici sleali, giornalisti - ha il più grande disprezzo dello Stato e di chi fedelmente lo serve. È abituato ai bassi servizi, non al servizio della cosa pubblica: la res publica è qualcosa che non riconosce e in cui non crede.

Gli scandali scoppiati ultimamente in Italia - le rivelazioni sullo spionaggio fiscale di un gran numero di personalità e soprattutto dell’attuale capo del governo Romano Prodi, cui si aggiunge un piano del Sismi che risale all’inizio del governo Berlusconi, inteso a «disarticolare, anche con mezzi traumatici», i nemici del centrodestra - somigliano come fratelli gemelli all’uso che Putin fa del kompromaty (gli italiani, più fumosi, parlano di dossieraggio). Sono operazioni che vengono condotte a fianco dello Stato, ignorando e aggirando i molti suoi servitori onesti. È un lavoro - meglio sarebbe dire un lavorio, perché l’azione è martellante, di lungo respiro - che viene affidato a un potere non visibile, non eletto e non controllato. È un potere che fugge non solo lo Stato, ma la politica stessa: ambedue infatti - Stato e politica - sono giudicati da chi fa questi servizi come disprezzabili, inesistenti, comunque aggirabili.

Per questo Carlo Federico Grosso ha dato a quest’ennesima criminalità di corpi dello Stato (elementi della Guardia di finanza e del Sismi, appaiati) il nome di eversione, ieri su questo giornale. Eversione è una destabilizzazione permanente, un’erosione sistematica della cosa pubblica. Il dizionario Battaglia ricorda come fin dal ’400, nelle parole di Leon Battista Alberti, significhi «sovvertimento radicale e rivoluzionario (letteralmente atterramento) degli ordini politici o della struttura della società, compiuto dall’interno». Nell’ultimo decennio i commentatori hanno discusso spesso attorno alla natura del potere berlusconiano: era un Regime o no? Qui basti rammentare che l’eversione è arma essenziale d’ogni regime autoritario, brandita per conquistare il potere e poi mantenerlo. I cittadini che assistono all’emersione di questi crimini sanno che la storia italiana incessantemente li riproduce: ogni volta con le loro oscurità, che diventano perenni; con i loro personaggi, di cui si dimenticano presto i reati. Ogni volta con i loro giudici, accusati di malafede e fallimento per il solo fatto che non sempre riescono a condannare, pur avendo accertato colpe non confutate (è il caso di Andreotti, assolto anche se giudicato reo di associazione con la mafia fino al 1980).

Ma i cittadini sanno anche che nell’ultimo decennio le azioni dei corpi dello Stato che agiscono nell’illegalità si son moltiplicate, bersagliando ripetutamente la persona di Romano Prodi. La magistratura dirà se queste operazioni, che hanno come protagonisti Guardia di finanza, Sismi e servizi privati, hanno risposto a ordini del centrodestra che ha governato nel ’94 e nel 2001-2006. Fin da ora sappiamo tuttavia che le manovre hanno colpito soprattutto l’opposizione a Berlusconi, e che hanno fatto di tutto per inquinare o svuotare contropoteri indispensabili in democrazia (stampa e magistratura). Colpisce il piano del Sismi, che risalirebbe all’inizio del governo Berlusconi del 2001 e che Guido Ruotolo ha portato alla luce su La Stampa di giovedì. Il dossier cui si fa riferimento è stato trovato il 5 luglio dagli uomini della Digos, nella sede distaccata del Sismi diretta da Pio Pompa, uomo molto legato a Pollari, e conferma l’esistenza di un’eversione circostanziata. Colpisce soprattutto a causa del linguaggio: i redattori del piano d’azione si propongono di «colpire e disarticolare una struttura nemica del centrodestra con azioni anche traumatiche», è scritto nel dossier.

Disarticolare, struttura nemica, azioni traumatiche: chi ricorda i comunicati delle Brigate Rosse ritrova qui un vocabolario immondamente familiare. Un vocabolario che rimanda al linguaggio terroristico di servizi come il Kgb, rinato dalle ceneri grazie a Putin. Paralleli storici di questo tipo sono stati evocati da personalità note per la loro circospezione, in Italia. Degno di menzione è il discorso tenuto a Torino dal procuratore capo Marcello Maddalena, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2006. Il magistrato si riferiva a una legge ad hoc del governo Berlusconi, che aveva impedito a Gian Carlo Caselli di divenire procuratore nazionale antimafia, e disse così: «L’episodio mi ha fatto venire in mente un motto tristemente famoso: colpirne uno per educarne cento. Hanno sbagliato i conti: siamo in novemila (tanti quanti sono i magistrati, ndr)». Colpirne uno per educarne cento era un motto di Mao Tse-Tung, fatto proprio dalle Brigate Rosse. Chi disarticola con azioni traumatiche ha questo in mente: colpisce per educare, cioè per avvertire ricattando, impaurendo. Chi opera in tal maniera vuol educare chi ancora serve lo Stato, scoraggiando la sua fedeltà. Vuole educare i giudici abolendone l’autonomia, educare i cittadini abolendo la fiducia che vorrebbero avere nel proprio Stato. Vuol educare infine l’opposizione, ricordandole che l’alternanza è - in Italia - la più pericolosa, stravagante, sconveniente delle avventure.

Questo si è inteso e s’intende ferire e demolire, usando i corpi dello Stato per azioni illegali. Non è questione solo di Prodi, nei cui conti si è spiato 128 volte con la speranza di eliminarlo come candidato alla successione di Berlusconi. Berlusconi stesso pare sia stato spiato. Il senso generale di queste operazioni destabilizzanti, che dopo Mani Pulite e la fine dei vecchi partiti non sono diminuite ma si son dilatate e hanno attinto forza nell’anti-politica, è quello di demolire due cose congiuntamente: l’alternanza intesa come alternativa, e il bipolarismo che ne è la premessa. In uno Stato slabbrato e sistematicamente aggirato - Aldo Schiavone lo spiega bene, nel libro Italiani senza Italia - il bipolarismo non può funzionare, o funziona appunto così: sempre alle prese con azioni eversive, e con un potere che fugge il più lontano possibile dalla politica, sino a divenire totalmente opaco e a smaterializzarsi.

L’azione eversiva di corpi che formalmente appartengono allo Stato ma in realtà rendono servizi a chi se n’è impossessato ha come scopo quello di creare una situazione in cui cambiare le cose (il funzionamento dell’amministrazione pubblica, la forma più meno trasparente della politica, la giustizia) diventa impossibile. Più crescono le forze di chi vuol cambiare, più i poteri paralleli fuggono per irrobustire lo status quo e impedire riforme profonde d’ogni tipo. Una volta era il denaro a fuggire, destabilizzando l’Italia, quando si annunciavano cambiamenti politici sostanziosi. Oggi è il potere stesso a mettersi in fuga: fuga dalla politica, dalla giustizia, dalla buona amministrazione. Dalla P2 è sempre la stessa storia: è la storia di poteri che investono tutto sulla debolezza della cosa pubblica, rendendola sempre meno pubblica e sempre più privata. Berlusconi forse non è all’origine di tali manovre. Ma senz’altro è all’origine di questa confisca-privatizzazione della politica, del prevalere metodico dell’interesse particolare su quello generale, di una retorica che critica lo Stato per meglio estenderne le violenze arbitrarie. Il suo stesso ingresso in politica avvenne all’insegna di tale privatizzazione. Lui stesso spiegò a Enzo Biagi la molla che nel ’94 lo fece scendere in campo: «Caro Biagi, se non entro in politica mi fanno fallire».

Una delle cose più perturbanti in queste ore è la reazione intimorita, lenta, di molti politici: non son pochi, nell’opposizione e fuori, che proprio a causa di questi scandali sostengono la necessità di larghe intese, più che di vero risanamento. Proprio ora urgerebbe rinunciare a quel bipolarismo e a quelle chiare alternanze che i poteri paralleli intendono da decenni disarticolare, traumatizzare. Parlare in queste condizioni di larghe intese significa prender atto della disarticolazione, cedere alla sua pressione eversiva, farsi metter paura, scegliere non il compromesso ma la compromissione. Significa riconoscere che in Italia, a differenza dei Paesi dove la democrazia cammina, non sono praticabili alternanze autentiche perché non esiste una struttura dello Stato che sopravviva integra, con i suoi leali e neutrali servitori, ai mutamenti di maggioranza. Significa convincere gli italiani che tutti i politici si equivalgono, che nessuno servirà qualcosa di diverso dall’interesse privato.

Può darsi che un giorno l’Italia avrà bisogno di larghe intese (o non potrà far altro che questo, come ha dovuto Angela Merkel, senza volerlo, in Germania). Ma le larghe intese come risposta a quel che sta accadendo, è congedo dal bipolarismo e vittoria dell’eversione. Due sono infatti le conclusioni che si possono trarre dagli odierni avvenimenti. O il bipolarismo e l’alternanza sono improponibili in Italia, perché lo Stato non esiste, e allora le larghe intese sono la via, anche se la via dell’abdicazione. Ci sono pessimisti che condividono quest’opinione e parlano di alleanze tra volenterosi, senza mai chiarire cosa i volenterosi debbano volere. Oppure si riforma lo Stato non limitandosi a far cadere qualche testa, ben sapendo che minacciati - dunque da salvare - sono sia le alternanze sia il bipolarismo. Stare in bilico ed esitare è la terza via, tante volte imboccata e tante volte perdente. Quando scoppiano scandali di questo genere si sente sempre solo un’esclamazione: «È inaccettabile!». La parola è vana: andrebbe bandita dal dizionario dei politici rispettabili. Il politologo francese Raymond Aron diceva che nel momento stesso in cui prendi tempo per pronunciare l’aggettivo - inaccettabile - hai già accettato. Vuol dire che la minaccia oscura ha funzionato. Che cerchi un accomodamento con l’eternità dell’illegalità. Che hai rinunciato a combatterla, e non credi già più né nella politica, né nell’alternanza.


Rischio eversione

di Carlo Federico Grosso

(www.lastampa.it, 28/10/2006)

UNA nube inquietante è tornata a premere sulla politica italiana. Si è appreso che a partire dall’estate 2001, poco dopo l’insediamento del governo Berlusconi, una struttura legata al Sismi aveva raccolto informazioni su alcuni politici e magistrati con l’obbiettivo di «disarticolare» un loro asserito progetto antigovernativo. Subito dopo si è saputo che verso la fine della passata legislatura politici e non politici, ma soprattutto Prodi e sua moglie, sono stati spiati con ripetute intrusioni illegittime nei loro dati tributari.

Entrambe tali vicende appaiono gravissime. Qualunque sarà il loro specifico epilogo giudiziario, esse hanno l’odore pesante della slealtà istituzionale, dell’intimidazione, del ricatto, del fango. Lo stesso odore di molte altre inquietanti vicende che hanno intossicato la democrazia italiana nel corso degli anni. Per indicare soltanto le più recenti, ricordo le calunnie emerse durante l’attività della Commissione parlamentare su Telekom Serbia, i dossier illegali Telekom reperiti nell’ufficio di un agente dei servizi, il dossier Betulla sulle asserite coperture del sequestro di Abu Omar da parte del presidente della Commissione Europea dell’epoca.

E’ peculiare che tutte queste intossicazioni abbiano riguardato fra gli altri, ma soprattutto, la persona dell’attuale presidente del Consiglio. Può darsi che si sia trattato di una circostanza casuale. In ogni caso non si può che essere molto preoccupati. Se vi fosse stato un piano per distruggere l’immagine di chi nel 2005/2006 si apprestava a diventare il leader della coalizione elettorale di centrosinistra, ci troveremmo infatti di fronte ad una vera e propria operazione di natura eversiva dell’ordine democratico che si affiancherebbe alle numerose operazioni eversive che hanno contraddistinto, negli anni, il travagliato cammino della democrazia italiana.

Oggi non possediamo elementi ai quali affidare una risposta certa. Possiamo peraltro annotare i dati di cronaca.

Con riferimento alle intrusioni negli archivi tributari, abbiamo appreso che esse sono state particolarmente numerose nei confronti di Prodi e di sua moglie e che hanno avuto due picchi, rispettivamente individuati nell’ultima decade di novembre 2005 ed a cavallo tra marzo ed aprile 2006. I cronisti hanno rilevato che il primo picco corrisponde al periodo in cui è apparso su di un quotidiano un articolo sulla sanatoria fiscale ottenuta da una società partecipata dalla moglie dell’allora presidente Ue; che il secondo è a sua volta concomitante, oltre che con la vigilia dell’ultima campagna elettorale, con la pubblicazione della notizia secondo cui i coniugi Prodi avrebbero donato a fini fiscali un alloggio ai figli. Operazioni entrambe assolutamente legittime, che sono state tuttavia descritte analiticamente ed utilizzate per cercare di gettare discredito sul presumibile, se non già certo, candidato premier dell’Unione e per danneggiare la sua campagna elettorale. Sappiamo pure che Prodi non molto tempo prima era stato falsamente accusato di avere percepito tangenti concernenti la vendita di Telekom Serbia, che nei suoi confronti era stato confezionato un falso dossier che lo coinvolgeva nel sequestro di Abu Omar, che era stato più volte menzionato nei dossier Telekom.

Tale sequenza è molto inquietante, anche se, per ora, non vi è traccia di una regia: non è provato che ci sia un movente politico, non sono dimostrati collegamenti fra le diverse vicende menzionate, non si può escludere neppure che si sia trattato, come ha sostenuto qualcuno, di mera sciatteria nell’uso delle password o di pruriginosa curiosità per i dati personali di persone famose. Non si può, tuttavia, accettare che da coloro che erano al governo quando i fatti sono stati compiuti giungano reazioni infastidite, tentativi di minimizzare, accuse di strumentalizzazione nei confronti di chi registra con allarme la degenerazione della vita istituzionale e politica italiana.

Le vicende emerse sono, infatti, di estrema gravità. Si tratta ora di sapere se esse concretano episodi scomposti di ordinaria criminalità comune o politica o se si inseriscono in un ancora più pericoloso progetto di destabilizzazione e di eversione dell’ordine democratico.


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