Deoccidentalizzare la storia universale con la connettività
Imprese editoriali internazionali. Con "Mondi condivisi 600-1350" a cura di Daniel G. König, che rovescia il concetto di età medievale, si conclude la Storia del mondo Einaudi in sei volumi
di Michele Lodone (il manifesto - Alias Domenica, 2 marzo 2025)
Nelle liste degli uomini più ricchi della storia compare spesso il nome di Musa I, sultano e mansa del Mali tra il 1312 e il 1337: secondo alcuni il suo patrimonio sarebbe stato equivalente a 400 miliardi di dollari, secondo altri a 800 miliardi. Quantificare con precisione la ricchezza di Musa in realtà, date le fonti a disposizione, è impossibile, e in fondo non è così interessante. Interessante è invece il modo in cui la ricchezza e l’ostentazione del sovrano maliano furono registrate dai contemporanei. Secondo un cronista egiziano, quando nel 1324, partito per il pellegrinaggio alla Mecca, Musa si fermò al Cairo, l’oro che aveva portato con sé provocò un’inflazione durata dodici anni. Un’eco di questo episodio si trova nel cosiddetto Atlante catalano, una splendida mappa miniata realizzata intorno al 1375 da una bottega di cartografi ebrei di Maiorca: in questo atlante Musa è ritratto seduto su un trono, con una corona d’oro in testa, nella mano sinistra uno scettro sormontato da un giglio (due emblemi regali convenzionali), nella destra una grande sfera d’oro. La didascalia, in catalano, lo descrive come «il più ricco e nobile sovrano di tutta questa parte (l’Africa ndr), grazie all’abbondanza di oro che si raccoglie nella sua terra». Ma da dove proveniva esattamente, l’oro? Le fonti musulmane o cristiane sembrano ignorarlo.
Alla metà del Quattrocento, il mercante genovese Antonio Malfante riporta ai propri datori di lavori la risposta del suo informatore musulmano: «sono rimasto quattordici anni nei paesi dei neri e non ho mai visto o sentito qualcuno che potesse dire con certezza assoluta: ecco ciò di cui sono stato testimone, ecco come si trova e si raccoglie l’oro». Secondo un cronista dell’inizio del X secolo, invece, nel paese del Ghana l’oro cresceva nella sabbia come le piante, «così come crescono le carote». Forse leggende del genere erano una forma di depistaggio escogitata dai potentati dell’Africa occidentale per evitare che i loro partner commerciali cercassero di attingere direttamente alle miniere, o di prenderne il controllo. Ma è possibile anche che gli stessi fornitori non padroneggiassero tutti i passaggi della filiera commerciale, che non sapessero insomma dove l’oro si estraeva, e fossero semplici intermediari.
Questo, e molto altro, si impara leggendo il recente Mondi condivisi 600-1350 a cura di Daniel G. König (Einaudi, pp. LXX + 1224, euro 150,00), secondo volume della imponente Storia del mondo diretta da Akira Iriye e Jürgen Osterhammel, pubblicata in parallelo anche in tedesco (Beck) e in inglese (Belknap, parte di Harvard University Press). In Italia è uscito per primo, nel 2014, il sesto e ultimo tomo, incentrato sul mondo contemporaneo dopo la fine della Seconda guerra mondiale; con il volume curato da König, dedicato al periodo che in Europa corrisponde grosso modo al medioevo (ci torneremo), la serie è giunta ora al termine, e l’ampiezza del respiro con cui è stata ideata e realizzata non può non impressionare. Secondo le intenzioni, la storia del mondo è de-occidentalizzata: non è narrata come una vicenda di ascesa e declino di una serie di culture o potenze dominanti, con l’Europa e l’Occidente atlantico a recitare il ruolo di protagonisti, ma è ricostruita - senza negare il ruolo dell’Occidente - come un’evoluzione, ora graduale e ora improvvisa, di una complessa rete di relazioni, interazioni o connessioni mondiali.
Proprio la «connettività», spiega König nella sua introduzione, funziona come criterio periodizzante per il volume sui Mondi condivisi (in tedesco Geteilte Welten, in inglese Entangled Worlds): titolo che esprime l’ambivalenza di una fase storica in cui prendono forma o si consolidano flussi di mobilità di uomini e donne, merci e idee che su diversi fronti - Europa, Asia e Africa da un lato, le Americhe dall’altro - configurano sistemi di scambio collaudati. Il funzionamento di tali sistemi di scambio non è sempre garantito, ma essi incidono concretamente sulla vita di milioni di persone, a tutti i livelli della gerarchia sociale. Ampie aree restano disabitate, lasciando spazio per posizioni di ripiegamento o di isolamento, e le diverse civiltà popolano un pianeta articolato in macroregioni tra loro largamente indipendenti, capaci di vivere in parallelo, l’una accanto all’altra, con interconnessioni solo parziali; ma tra 600 e 1350 quelle sfere autonome iniziano a interagire con un’assiduità senza precedenti.
Il volume dunque non è dedicato all’età medievale, dal momento che il concetto di medioevo è legato a una visione lineare e giudicante della storia (secondo una sequenza più o meno arbitraria di splendore, decadenza e rinascita). Il medioevo corrisponde del resto a categorie europee, che si possono applicare solo con grosse forzature a culture diverse, per le quali i secoli che vanno dal 600 al 1350 circa corrispondono a una fase di relativa indipendenza politica, autonomia socioculturale e benessere economico. Al di là del computo stesso del tempo secondo l’era cristiana - computo che ha una sua storia e si è imposto (è stato imposto dal colonialismo europeo) in molte parti del mondo a partire dal XIX secolo -, il punto è l’individuazione di snodi o svolte che scandiscano la periodizzazione in modo trasversale, e non significativo solo per una singola cultura. I due anni limite prescelti si riferiscono perciò a eventi che ebbero ripercussioni su scala sovraregionale. Tra il III secolo e gli inizi del VII il collasso di grandi soggetti imperiali come la dinastia Han, l’Impero romano e il regno mesoamericano di Teotihuacán lascia un vuoto di potere; questo vuoto agevola la propagazione di ideologie religiose le quali, subentrando ai predecessori imperiali, creano istituzioni durature. La vocazione profetica di Maometto si colloca poco dopo il 600, e innesca processi tali da portare alla creazione di una sorta di «Commonwealth islamico» attivo su tre continenti fino al 1350 circa. Proprio nel XIV secolo, nelle Americhe, l’ascesa di due imperi noti oggi come Azteco (o Mexica) e Inca inaugura un’epoca nuova, mentre il dilagare della peste porta alla destrutturazione e ristrutturazione del «sistema-mondo eurafrasiatico» dell’epoca.
Queste rapide considerazioni non possono rendere giustizia alla ricchezza del volume, nel quale un’équipe internazionale di specialisti propone sei affondi su altrettante macroregioni: le Americhe, il Commonwealth islamico, l’Europa, l’Africa subsahariana, l’India, l’Eurasia orientale. In poco meno di duecento pagine, ciascun capitolo si propone non tanto di offrire una visione a volo di uccello, o di riassumere le principali «cose da sapere» su secoli di storia di aree amplissime, bensì di restituire un quadro vivo delle connessioni che legavano ciascuna civiltà al proprio interno o con altre regioni vicine o lontane, riflettendo acutamente su cosa ci dicono le fonti (testuali, iconografiche, archeologiche, dirette o indirette, volontarie o involontarie), mettendo alla prova gli strumenti analitici o interpretativi che abbiamo a disposizione.
Tra i contributi più notevoli spiccano il saggio sulle Società subsahariane in dialogo con l’islam di Francois-Xavier Fauvelle, professore al Collège de France, e quello su Devozioni, followership e comunità nell’Eurasia orientale di Naomi Standen, che insegna a Oxford. Decostruendo la rappresentazione stereotipa dell’Eurasia orientale attraverso categorie etniche e all’interno di una narrazione nazionale orientata teleologicamente dalla triade Cina, Giappone e Corea, Standen dipinge un mondo multicentrico, primariamente buddista ma caratterizzato da una molteplicità di credenze e pratiche devozionali spesso coesistenti e non esclusive. Questo mondo, in cui non esiste «la Cina», è contraddistinto da una lingua scritta comune (il sinitico), e da principi di «condizionalità» e di followership (fedeltà, lealtà, osservanza), che modellano le relazioni tra governanti e governati, tra leader e seguaci, tra funzionari e gente comune. «Le aspettative di reciprocità, e gli accordi quasi contrattuali che ne risultavano», scrive l’autrice, «erano concetti fondamentali (...). Erano le relazioni di questo tipo a contare per le persone, non le categorie standard degli storici, come le unità politiche o i gruppi etnici». Di qui il focus del saggio sui rapporti tra leader e praticanti dei vari percorsi di devozione, e autorità politiche: rapporti molto diversi da ciò che potremmo aspettarci per analogia con il classico dittico europeo di «Chiesa e Stato». Ma il fecondo disorientamento provocato da queste pagine non si ferma qui, e spinge anzi a problematizzare le nostre idee di tolleranza, di conversione, e il nostro stesso concetto di religione.
Non meno ricco è il contributo di Fauvelle, che parla tra l’altro di Musa I e del suo oro, ma traccia soprattutto un ritratto vivo di ciascuno dei diversi mondi africani nella sua singolarità, ricostruendone le connessioni con i mondi esterni - ai quali dobbiamo in genere le uniche testimonianze scritte, con i conseguenti vizi di prospettiva - ma facendo emergere l’agentività delle società e degli individui africani anche nel caso in cui essa sia occultata dalle fonti disponibili. L’Africa premoderna appare così non come un continente senza storia, ma come un intreccio complesso e polifonico di mondi caratterizzato semmai, scrive provocatoriamente l’autore, da «un’eccessiva storicità».