Legislazione

Droga, la commissione degli esperti a senso unico - di Gian Antonio Stella

martedì 7 marzo 2006.
 

apparso su Il Corriere della Sera 07/03/06

Cosa direbbe la destra se gli esperti di una commissione sulla droga fossero tutti anti-proibizionisti e magari per metà pannelliani? Scoppierebbe, giustamente, l’inferno. Come giustamente sta montando la polemica sui «tecnici» chiamati a fissare il confine tra consumo e spaccio: non solo otto su otto sono proibizionisti ma per la metà hanno il timbro di Alleanza nazionale. Il nodo è stabilire la quantità di marijuana o cocaina che uno può avere addosso senza essere considerato un pusher. Nodo centrale. Tanto più che il governo ha deciso, sposando la linea della «tolleranza zero» nella versione più rigida, di comporre non una serie di tabelle che tenessero ben distinti la «canna», le pasticche micidiali di acido o il buco di eroina, ma una sola, per tutte le 150 sostanze all’indice. Quanto sia complesso il tema, poi, ce lo dice non solo l’episodio raccontato l’altro giorno sul Corriere (quattro mesi di carcere per due dosi di hashish al musicista ugandese Segalunyu King, assoluzione «per uso personale» a un restauratore che di dosi ne aveva 8.230) ma la sortita di un insospettabile. Cioè Berlusconi che a Matrix , sere fa, ha spiegato che i limiti in via di definizione non saranno affatto feroci e buttato lì che chi parte per una lunga vacanza possa fare una scorta di 200 spinelli «così potrà fumarne uno al giorno». Una quantità che secondo Guido Blumir, presidente del Comitato scientifico «Libertà e droga», andrebbe addirittura oltre i «processi di depenalizzazione attuati nei Paesi occidentali e liberali» visto che a New York «il limite sotto al quale non c’è reato è di 28 grammi di marijuana, a Mosca 20, a Berlino e in Canada con la nuova legge 15. Quantità che corrispondono a 50-90 spinelli di media qualità e di media grandezza». Prova provata che, al di là dell’esegesi delle parole del Cavaliere, sul problema c’è una gran confusione e stabilire il confine tra il consumatore e lo spacciatore, come riconosceva l’altro giorno lo stesso leader di San Patrignano Andrea Muccioli nel suo durissimo attacco a Fini e Casini, rei di aver varato una «schifezza elettorale» senza prima mettere a punto le tabelle, è complicato. Tanto più, dicono le opposizioni, se la pretesa è quella di fissare limiti «scientifici». La divergenza di opinioni è tale che Umberto Veronesi, che Berlusconi pensò di confermare come ministro della Sanità riconoscendogli di essere un uomo difficile da marchiare come «comunista», ha scritto: «Chi ha imposto la nuova legge ha enfatizzato il valore deterrente della prigione e delle pesantissime sanzioni, ma l’intera storia delle leggi repressive ci parla di insuccessi: nemmeno la pena di morte, nelle società in cui essa viene applicata, è mai riuscita ad abbassare il tasso dei delitti». E dopo aver bocciato l’idea che un «fenomeno di massa» come lo spinello «che riguarda pressappoco il 50% dei nostri giovani» si possa affrontare «allestendo una vera e propria macchina da guerra poliziesca», ha ricordato che, se l’eroina fa mille morti l’anno, l’alcool ne fa 30 mila e il tabacco 80 mila. Insomma: la materia è così dannatamente complessa, coi sostenitori di San Patrignano che tirano da una parte e gli antiproibizionisti (anche a destra) che tirano dall’altra, che la commissione doveva essere, per competenza, indipendenza, onestà intellettuale, inattaccabile. O almeno doveva ottenere da tutti (tutti) il riconoscimento che di meglio proprio non si poteva fare. E invece? Per carità, neppure i critici hanno nulla da dire su Donato Greco, Claudio De Giuli e Piergiorgio Zùccaro: sono altissimi dirigenti del Ministero o dell’Istituto Superiore di Sanità. Che il governo fosse rosso, giallo o blu da loro doveva passare. Ma gli otto «esperti»? Roberto Gagliano Candela, presidente della Società Italiana di Tossicologia Forense, è un medico legale che insegna a Bari e sugli stupefacenti, stando al motore di ricerca delle biblioteche italiane, avrebbe scritto un solo libro vero e proprio, «I giovani e la droga», venti anni fa. Sarà bravissimo ma Andrea Muccioli non lo conosce, Alfio Lucchini (presidente delle Federserd, la federazione delle associazioni degli operatori pubblici) non lo conosce e Beppe Vaccari, responsabile per la droga dei Ds non lo conosce. Come mai? Marcello Chiarotti è un medico legale, vanta 172 pubblicazioni di tossicologia forense, insegna alla Cattolica, è considerato un asso nel suo settore ma, dicono le opposizioni, andrebbe benissimo se la sua preparazione fosse accompagnata dalla presenza di esperti in altri campi e non solo da colleghi tossicologi. Come docenti di tossicologia sono Franco Lodi (Università di Milano) e Santo Davide Ferrara (ateneo di Padova), stimatissimi essi pure ma comunque riconducibili, secondo Blumir, «al mondo di quelli che hanno visto la droga solo nelle autopsie o sul vetrino del microscopio senza mai lavorare coi tossicodipendenti». E questo è il punto, sottolineato anche da Lucchini, Vaccari e da un’interrogazione parlamentare di Katia Zanotti: su otto esperti non c’è un medico terapeuta, un operatore di strada, un responsabile di comunità di recupero... E poi manco un poliziotto, un carabiniere, un giudice o un prete in prima linea: zero. Non bastasse, non ce n’è uno cui la sinistra e gli oppositori della nuova legge sulla droga riconosca di non essere decisamente schierato sul fronte dei proibizionisti, «più o meno duri», se non proprio dichiaratamente a destra. Ma non è tutto. Carmelo Fùrnari, lui pure tossicologo, docente a Tor Vergata, è stato fortissimamente voluto alla presidenza del Comitato Scientifico del Dipartimento antidroga da Alleanza Nazionale. Come di An è l’ex dirigente del Fuan Andrea Fantoma, dirigente del Dipartimento antidroga della Presidenza del Consiglio. E di An l’ex capo del Dipartimento antidroga Nicola Carlesi, che col partito di Fini è stato anche deputato. E ancora di An, per un totale di quattro su otto «tecnici», è l’ultima dei componenti, il medico legale Luisa Regimenti, voluta da Storace quale responsabile per le politiche femminili nel Lazio. Bravi? Mediocri? Bravissimi? Il punto non è questo. Gli stessi oppositori sono pronti a riconoscere a Carlesi, Fantoma e altri ancora di conoscere bene la loro materia. Men che meno nessuno può discutere la legittimità delle loro opinioni. Ma resta la domanda iniziale: una commissione così delicata può essere così schierata? Cosa succederebbe, se a parti rovesciate facessero le riunioni fumandosi una «canna»?

di Gian Antonio Stella


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