Differenze e UmaNITA’...

IDENTITA’ E VIOLENZA. Il recente saggio di AMARTYA SEN, nel commento di Gad LERNER

lunedì 11 settembre 2006.
 

AMARTYA SEN. L’ELOGIO DEL METICCIATO

Il premio Nobel Amartya Sen lancia un allarme contro chi rimuove la natura plurale e stratificata dell’uomo contemporaneo. E intanto esce un suo saggio contro gli abusi in nome dell’identità.

di Gad Lerner (La Repubblica, 09.09.2006)

Cei (Conferenza Episcopale Italiana), Ucoii (Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia), Ucei (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane)... Ogni giorno che passa, queste e tante altre sigle di rappresentanza comunitaria (vera o presunta?) conquistano spazio crescente nel nostro dibattito pubblico. Quando si discute di terrorismo, politica estera, regole di convivenza, pendiamo dalle labbra dei loro molteplici portavoce, non tutti credibili eppure ricercatissimi: quasi si trattasse addirittura di portavoce delle identità fondamentali entro cui ciascuno di noi dovrà naturalmente irreggimentarsi.

Ormai nell’agenda telefonica pronto uso del buon giornalista ci sono il vescovo conservatore e quello progressista, il musulmano "nemico" e il musulmano "amico", l’ebreo "duro" e l’ebreo "pacifista".

Pure in tv i nuovi portavoce comunitari cominciano a portar via spazio ai leader politici e ai rappresentanti delle categorie sociali. Magari con l’aiuto di parlamentari e opinionisti già specializzati come supporters dell’una o dell’altra gerarchia d’appartenenza (il sottosegretario preferito degli ebrei, l’ateo sostenitore di Ruini, il comunista devoto allo sciita Partito di Dio). Perfino al Viminale sembra prevalere l’idea che l’integrazione degli immigrati verrà facilitata dalle nuove organizzazioni comunitarie di matrice religiosa. Naturalmente sostenendo quelle "moderate" a scapito di quelle "radicali".

Eppure, a ben pensarci, questa tendenza a comprimere le persone dentro contenitori di identità uniche non solo finisce per mettere in crisi la nozione universalistica di cittadinanza, offuscando il sentimento di un’umana appartenenza globale. Stiamo rischiando, prima ancora, di falsificare la nostra esperienza di vita reale. Rimuovendo chi veramente noi siamo: individui complessi, ciascuno diverso nella sua unicità, variamente dotati di senso d’appartenenza e richiami spirituali. Uomini e donne in cui sono stratificate varie identità simultanee.

Benvenuto dunque l’allarme lanciato dal premio Nobel Amartya Sen nel suo recente ma già celebre saggio Identità e violenza, ora tradotto in italiano da Laterza (pagg. 219, euro 15). Guai a brutalizzare «l’inaggirabile natura plurale delle nostre identità», ci esorta Sen. Diffidiamo da chi guarda il mondo attraverso la lente deformante che lo riduce a mera «federazione di religioni e civiltà»: perché l’imposizione di una presunta identità unica è troppo spesso il preludio all’esercizio di «quell’arte marziale che consiste nel fomentare conflitti settari».

Non è certo un caso che questa efficacissima opera di demolizione teorica dell’ossessione identitaria contemporanea ci venga proposta da un pensatore cosmopolita. Un indiano di casa a Cambridge e ad Harvard.

Un economista che è anche un filosofo. Un uomo che non rinnega le sue origini ma le valorizza nell’incontro fra cultura asiatica e cultura occidentale. Così, grazie alla sua formazione individualistica, constata felicemente come una persona possa essere, senza la minima contraddizione, tante cose insieme, non riducibili a un’affiliazione religiosa, etnica o comunitaria.

Negli anni Settanta del secolo scorso, quando il bisogno d’identità tornò a manifestarsi nel mondo anche sotto forma di irrefrenabili esplosioni settarie, lo storico marxista Eric Hobsbawm propose di esorcizzarne l’impeto, distinguendo: una cosa sono le insuperabili "identità-pelle"; un’altra cosa sono le troppe inautentiche, mutevoli "identità-magliette".

Il liberale Sen va oltre, fa leva sulla normale complessità che caratterizza la grande maggioranza degli abitanti del pianeta. E dunque propone di ricercare l’antidoto alle eruzioni reazionarie di un’inesistente guerra di civiltà dentro a noi stessi: nella pluralità di ogni singola natura umana.

Domani pomeriggio Amartya Sen concluderà il Festivaletteratura di Mantova a pochi chilometri di distanza da quella città di Brescia in cui la ventenne pakistana Hina Saleem è stata sgozzata e sepolta in giardino da un padre-padrone "offeso" dalla sua libera metamorfosi occidentale. Chi era dunque Hina Saleem se non, per l’appunto, una donna al tempo stesso orientale e occidentale restia a lasciarsi imprigionare da un’identità unica? Desiderosa di elaborare in autonomia le sue priorità di vita che non necessariamente avrebbero determinato rotture definitive con la sua famiglia e la sua tradizione?

Negli stessi giorni a Gerusalemme veniva accoltellato a morte il volontario Angelo Frammartino. Un coetaneo militante del Jihad l’aveva scambiato per ebreo, perciò stesso meritevole del suo odio: in questo caso è stata proprio l’"identità-pelle" a giocare un tragico scherzo alla vittima, un europeo che tentava di oltrepassare la sua appartenenza sviluppando un sentimento d’identificazione col destino dei palestinesi.

«È palese che ciascuno di noi appartiene a molti gruppi», scrive Sen. Possiamo essere italiani d’origine lombarda o campana o nordafricana. Appartenenti a classi sociali diverse. Religiosi e al tempo stesso favorevoli a legalizzare i diritti degli omosessuali, oppure tradizionalisti. Progressisti o conservatori. Onnivori o vegetariani. Tifosi di una squadra di calcio, appassionati di musica rap. Possiamo vivere nelle Langhe ma essere golosi di sushi disdegnando il tartufo. È molto probabile che in noi convivano molteplici fra queste attitudini, e a seconda delle circostanze l’una o l’altra assuma un rilievo preponderante. Si tratta quasi sempre di identità collettive che corrispondono al nostro naturale bisogno di relazione e perciò danno luogo a comuni appartenenze. Perché certo la ricerca di senso, il "bisogno d’identità", caratterizza legittimamente ogni percorso di vita fin dall’infanzia. Ma pretendere che il tempo di guerra, o la necessità di fronteggiare la minaccia terrorista, ci costringano giocoforza all’ammasso nel recinto di un’identità unica, è un abuso. Per l’appunto, e dovunque noi viviamo: un abuso d’identità.

Chi reputa necessario il "rafforzamento" della nostra identità (ma che significa?), chi addirittura manifesta angoscia perché teme imminente la sua cancellazione, sta imponendo al primo posto dei valori irrinunciabili quello della "conservazione culturale": nulla vi sarebbe di più importante della ricerca delle radici e della difesa intransigente del nostro patrimonio di tradizioni. Così si trasforma il bisogno d’identità in culto delle origini, mitizzando un improbabile "passato" senza il quale noi non saremmo niente. Come stupirci allora se gli stessi conflitti contemporanei vengono deformati come revival di faide antiche, e la storia manipolata senza trarne altro insegnamento che la necessità di combattere di nuovo - dice Sen - come "in una rappresentazione ancestrale"?

La realtà del vivere quotidiano e delle stesse memorie familiari e comunitarie ci riconduce invece più saggiamente alla contemporanea, generalizzata dimensione di meticciato. Siamo quasi tutti figli di incroci di civiltà, di mescolanze più o meno riuscite ma senza ritorno. Potrà sopravvivere in noi la nostalgia di luoghi e tempi il più delle volte immaginari - la condizione esistenziale diasporica caratterizza centinaia di milioni di persone che hanno dovuto attraversare i mari e gli oceani - ma questo siamo ormai: meticci, felicemente o irreparabilmente. Gli spacciatori d’identità hanno un bel predicare il miraggio di un assurdo ritorno alle origini dell’appartenenza etnica, religiosa, comunitaria. Non abbiamo possibilità alcuna di recuperare una purezza perduta (quale, poi?).

È da queste premesse che Sen muove la sua critica alla politica di Tony Blair e di altri governi occidentali che concedono spazio ai portavoce del «vero Islam, pacifico e moderato», pensando di arginare così le simpatie jihadiste di troppi loro cittadini musulmani. Mossi da buone intenzioni, questi politici finiscono per riproporre i vizi del modello sociale comunitarista (o "solitarista"): lasciano cioè che a dettar legge sui costumi familiari e sulle scelte scolastiche restino sempre quelle stesse leadership delegate alla suddivisione della cittadinanza secondo logiche di affiliazione religiosa.

Non si combatte l’integralismo mettendo guardiani amici a capo dei ghetti. Ma, al contrario, liberando le nostre identità plurali di persone tutte diverse l’una dall’altra e proprio per questo accomunate nella medesima umanità.


SUL TEMA, NEL SITO, SI CFR.:

GUARIRE LA NOSTRA TERRA: VERITÀ E RICONCILIAZIONE. Lettera aperta a Israele (già inviata a Karol Wojtyla) sulla necessità di "pensare un altro Abramo"

Federico La Sala


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